Referendum parte 4. Gli scenari secondo la stampa finanziaria internazionale

Referendum parte 4. Gli scenari secondo la stampa finanziaria internazionale

La stampa finanziaria internazionale ha gli occhi puntati sul voto del 4 dicembre, considerato “più importante della Brexit”. Financial Times e Wall Street Journal, nei giorni scorsi, hanno puntato l’indice contro l’instabilità dei mercati che potrebbe derivare da una vittoria del NO; Il britannico FT, in un articolo Wolfgang Munchau, in un crescendo catastrofista arriva a prevedere l’uscita dell’Italia dall’euro.

Per Munchau “il 5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione” e le cause sarebbero da individuare nei problemi strutturali dell’economia italiana che vanno al di là del referendum stesso. Da un lato la debole performance del nostro Paese che “ha perso il 5% di produttività” dall’adozione dell’euro nel 1999 (in Francia e la Germania è aumentata del 10%), dall’altro l’austerità imposta dopo la crisi del 2010-2012, hanno portato alla crescita dal populismo nella zona euro. In base  a questa lettura “il referendum potrebbe accelerare il percorso verso l’uscita dall’euro” che vede favorevoli le opposizioni, dalla Lega al Movimento 5 stelle.

L’endorsement al NO dell’Economist

Restando nel Regno Unito, però, ecco che a sorpresa un endorsement al NO arriva dalle colonne del settimanale The Economist, lo stesso giornale che in passato aveva definito Silvio Berlusconi un premier “inadatto a guidare il Paese.” Ora invece la bocciatura colpisce le riforme del presidente del consiglio Matteo Renzi, sì perché non sarebbero le riforme di cui l’Italia ha veramente bisogno. “Le riforme vere sono quelle strutturali, dalla giustizia all’istruzione” dice il settimanale inglese.

Il combinato disposto tra la riforma e la nuova legge elettorale, nel tentativo di portare stabilità introduce l’elezione di un premier forte, il che è pericoloso “nel Paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi e che può essere vulnerabile al populismo”.

The Economist aggiunge che la riforma mina ai principi democratici perché il Senato non sarà eletto dai cittadini, ma i suoi membri saranno scelti dai consigli regionali e dai comuni, che sono le assemblee più corrotte, e riceveranno l’immunità. Su questo punto i promotori del SI in questi giorni si stanno affrettando a colmare una lacuna della riforma che i comitati del NO stanno usando a proprio favore. Ovvero la mancanza di regole certe sull’elezione dei futuri senatori. I promotori del Sì, ora, sbandierano il disegno di legge Chiti-Fornaro che prevederebbe al momento del rinnovo dei consigli regionali una doppia scheda sulla quale i cittadini potranno scegliere il rappresentante in Senato. Anche se a ragion del vero tale ddl non è stato ancora approvato.

Aspre critiche sono riservate, poi, dall’Economist alla legge elettorale della Camera dei deputati e in particolare al premio di maggioranza che assegna al partito che vince le elezioni il 54% dei seggi.

Il rischio maggiore secondo il settimana britannico è che a beneficiare di questo schema di riforme sia il leader del Movimento  5 Stelle, Beppe Grillo, che porterebbe l’Italia fuori dall’euro.

In quest’ ottica la sconfitta del referendum e l’uscita di scena di Renzi non porterebbe a scenari catastrofisti ma all’insediamento di un governo tecnico, come altri già avuti in passato.

Di fronte a questi scenari che preoccupano l’Europa, noi Italiani non possiamo lasciarci influenzare, ma dobbiamo arrivare preparati al 4 dicembre, per una scelta consapevole.

REFERENDUM PARTE 1: Le ragioni del Sì in 10 domande

REFERENDUM PARTE 2. LE RAGIONI DEL NO IN 10 DOMANDE

Referendum parte 3, pro e contro della riforma

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