Attività di lobbying, a che punto è la regolamentazione in Italia?

Attività di lobbying, a che punto è la regolamentazione in Italia?

“Regolamentare l’attività di lobbying” è diventato quasi uno slogan, un mantra che si ripete da molto tempo e sul quale tutti si dicono favorevoli; allora come mai non si è arrivati ancora a un registro nazionale in cui siano obbligati a iscriversi i rappresentanti di interessi? La cosa può risultare ancora più strana dal momento che da un lato l’esecutivo si è più volte espresso a favore di una legge sulle lobby, e dall’altro le società che svolgono professionalmente l’attività di rappresentanza di interessi attendono da anni un registro ad hoc.

Quello che manca al nostro Paese è soprattutto un cambiamento culturale.

Per molto tempo alla parola lobby è stata attribuita una accezione negativa, che si è andata a consolidare negli Stati Uniti degli anni ’20, quando – come spiega il prof. Giuseppe Mazzei- il lobbista era descritto come il soggetto che usava “bambole, bustarelle e bibite” proibite per corrompere politici.

L’origine della parola è, però, assai più nobile, deriva dal latino “lobium” ovvero chiostro, un vocabolo che richiama immediatamente al concetto di “discussione e partecipazione” che sono il sale della politica.

Un’attività lobbistica svolta in maniera trasparente non può, infatti, che giovare alla politica, in quanto è evidente che colui che si trova nella condizione di dover prendere una “decisione” ha bisogno di confrontarsi con i diversi portatori di interesse per approfondire un tema e scandagliarlo in tutti i suoi aspetti. Soltanto se il legislatore terrà conto di tutti gli interessi rappresentati potrà realizzare leggi rispondenti alle esigenze dei cittadini.

Una efficace ed efficiente regolamentazione dell’attività di lobbying è utile non tanto per arginare eventuali fenomeni corruttivi, quanto piuttosto per favorire lo sviluppo economico del Paese.

Lobby, regolamentazione in Parlamento

Partendo da questa consapevolezza il Parlamento italiano dal dopoguerra ad oggi ha presentato oltre 50 disegni di legge in tema di lobby, nessuno dei quali è arrivato alla conclusione.

Sembrava aver imboccato la strada giusta l’a.s. 1522 presentato dai senatori Orellana e Battista (Attualmente membri del Gruppo per le Autonomie), adottato come testo base in Commissione Affari Costituzionali del Senato e sul quale era stato già fissato il termine per la presentazione degli emendamenti. Il testo, dopo rinvii e riprese è ora approdato su un binario morto: l’ultima seduta in cui è stato esaminato risale all’8 giugno 2016.

L’atto senato 1522 si pone come una sorta di legge quadro che fornisce indicazioni sulla regolamentazione dell’attività svolta dai lobbisti nei confronti di tutti i decisori pubblici, non soltanto dei parlamentari, ma anche dei membri del Governo, delle autorità indipendenti, nonché dei vertici degli enti pubblici statali.

Molto più ristretto, invece, è l’ambito di applicazione del regolamento sulle lobby approvato dalla giunta del regolamento della Camera dei deputati lo scorso 26 aprile, che ha validità solo per la Camera stessa.

La scorsa settimana la relatrice in Ufficio di presidenza, Marina Sereni (PD) ha illustrato le linee guida di questo regolamento che non ha ancora efficacia.

In base a quanto annunciato dalla Sereni le categorie escluse dall’obbligo di iscrizione al registro sono: rappresentanti di amministrazioni di organi costituzionali o di rilevanza costituzionale, delle Regioni, degli enti locali, delle Autorità di regolazione e garanzia istituite per legge, delle Forze armate, delle Forze dell’ordine, delle organizzazioni nazionali e sovranazionali, agenti diplomatici, funzionari consolari, partiti politici e rappresentanti delle confessioni religiose. Non sarebbero, invece, esentati dall’iscrizione i sindacati, le organizzazioni sociali senza scopo di lucro e le associazioni dei consumatori.

Il Registro dovrebbe, quindi, essere articolato secondo le seguenti categorie: organizzazioni sindacali e datoriali; organizzazioni non governative; imprese, gruppi di imprese, aziende; soggetti specializzati nella rappresentanza professionale di interessi terzi; associazioni di categoria o di tutela di interessi diffusi. Le richieste dovranno essere presentate all’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati ma si ipotizza che venga individuato un organo con poteri di supervisione, istruttori e sanzionatori. Potrebbe esserci una modalità di gestione informatizzata del registro. I pass concessi ai lobbisti dovrebbero essere giornalieri e non prevedrebbero l’accesso ai corridoi e gli spazi antistanti le commissioni. Potrebbero, però, essere riservati ai lobbisti spazi appositi con pc per seguire i lavori parlamentari.

Si tratta nel complesso di una serie di misure che ancora devono essere perfezionate e rese operative.

Lobby, regolamentazione da parte del Governo

Tra i ministeri più tempestati dalle richieste di incontro da parte dei lobbisti c’è sicuramente quello dello Sviluppo Economico, il ministro Calenda ha così stabilito di istituire un Registro della Trasparenza, che è stato attivato il 6 settembre scorso. L’iscrizione al Registro è la precondizione per poter incontrare i vertici politici del MISE e partecipare al processo decisionale.

Anche il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Nencini in nome della trasparenza ha deciso di tenere traccia online degli incontri che effettua con imprese e associazioni.

Nel complesso assistiamo quindi a molte lodevoli iniziative, ma ciò che servirebbe veramente per fare chiarezza è una legge nazionale che preveda l’istituzione di un unico grande elenco.

Solo in questo modo sarà possibile risalire qualche posizione nella classifica dei Paesi che applicano maggiormente le norme sulla trasparenza, nella quale al momento- secono la  Ricerca Unitelma/Sapienza – occupiamo gli ultimi posti insieme a Perù, Cile, Messico, Argentina e Polonia.

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