I compiti per le vacanze sono utili o meno?

I compiti per le vacanze sono utili o meno?

La recente lettera di giustificazione del padre di Mattia, un ragazzino della terza media, riaccende il dibattito sull’utilità o meno dei compiti per le vacanze

Varese: Marino Peiretti, padre di Mattia, un ragazzino che quest’anno ha iniziato la terza media, ha pubblicato una lettera su Facebook, datata 11 settembre 2016, che avrebbe consegnato il giorno dopo a scuola, come giustificazione al mancato svolgimento dei compiti delle vacanze del figlio.

La motivazione? In questi tre mesi di vacanza lui ha preferito insegnare al figlio a vivere.

Si legge infatti:
«Voi avete nove mesi circa per insegnargli nozioni e cultura, io tre mesi pieni per insegnargli a vivere.»

Questo riaccende il dibattito – in fondo mai spento – sull’utilità, o meno, dei compiti per le vacanze.

Naturalmente le linee di pensiero su cui si installa tale dibattito sono due: chi ne vede l’utilità e chi invece ne vede una mera perdita di tempo a discapito del ragazzo.

Italo Farnetani, pediatra di Milano, è un accanito oppositore dei compiti delle vacanze, ritenendoli inutili, costosi e vecchi, poiché considerati «una tradizione» rimasta invariata da decenni. Il pediatra Farnetani sostiene che il momento delle vacanze dovrebbe spingere i “nativi digitali” all’esercizio delle nuove tecnologie, considerando anche il fatto che, secondo i dati Istat del 2014, l’Italia si posiziona tra gli ultimi posti per i giovani che tra i 16 e i 24 anni navigano regolarmente.

Sostiene inoltre che la manovra dell’assegnare meno compiti si rivela inutile e inefficacie in quanto si abituerebbe lo studente a svolgere i compiti in modo svogliato sortendo il medesimo effetto: una perdita di svago e gioco.

Ad eventuali critiche sul fatto che i ragazzi così perderebbero le nozioni che hanno acquisito durante l’anno scolastico, il pediatra risponde che le nozioni apprese da piccoli, se fatto per bene, sono quelle più durature.

Contro i compiti estivi è anche il professore e dirigente scolastico Maurizio Parodi sostenendo che siano paradossali, in quanto nessun lavoratore svolgerebbe le proprie funzioni nel tempo libero, pertanto non è giusto che lo facciano gli studenti.

 Sul versante opposto si trovano gli Stati Uniti, in cui, da un’analisi eseguita dalla National Summer Learning Association presso la Johns Hopkins University (Baltimora), è emerso che gli studenti nel corso delle vacanze estive perdono la maggior parte delle nozioni di matematica apprese nell’anno passato e che dopo i tre mesi anche la capacità di lettura risente di questo stand-by della mente.

Tale fenomeno è stato denominato “summer brain drain”: una vera e propria fuga estiva dei cervelli. Per contrastare questa fuga sono stati organizzati dei corsi estivi al fine di mantenere la mente dello studente allenata anche durante il periodo di pausa.

Tutto questo non equivale ad impedire il divertimento dei ragazzi, al contrario, l’intento di questi corsi è quello di insegnare attraverso il gioco.

Il manager Gary Huggins della National Summer Learning Association in un’intervista al Washington Post dice, infatti, come l’estate debba essere – ovviamente – anche una pausa dalla scuola, ma questo non vuol dire che debba significare anche una pausa dall’apprendere:

«Summer is great as a break from school, but it doesn’t have to be a break from learning.»

L’utilità dei compiti in classe

Il nostro cervello, specialmente quando siamo piccoli, è dotato di una grandissima plasticità. Tra i due e i tre anni il numero delle sinapsi raggiunge la sua massima espressione.

Lamberto Maffei (2014), scrive infatti:

«[…] quando un genitore porta il bambino dal pediatra, nel lobo frontale, quello a cui sono attribuite le qualità intellettive più importanti, il bambino ha 2-3 volte più sinapsi del pediatra, e proprio il punto cruciale dell’organizzazione del sistema nervoso, perché in esse i messaggi vengono selezionati e modulati.»

Dopo il periodo critico, la plasticità del cervello diminuisce, ma non cessa di esistere, per questo, quello che il pediatra sostiene – che le nozioni apprese da piccoli siano quelle più durature – è vero, ma in parte, in quanto il processo di acquisizione da parte dell’essere umano dura una vita intera.

A questo si aggiunge il fatto che il cervello ha bisogno di esercizio e allenamento, in una parola ha bisogno di reiterazione. Per questo motivi i compiti delle vacanze non vanno sottovalutati poiché, attraverso essi, il cervello è spinto all’esercizio e quindi ad una memorizzazione con conseguente rafforzamento della memoria stessa.

Ciò che si deve comprendere è che una cosa non necessariamente esclude l’altra: eseguire i compiti durante la pausa estiva, non preclude lo svago e il divertimento, allo stesso tempo, dedicarsi ad altre attività diverse dalle solite materie non esclude la possibilità di dedicare qualche ora a settimana allo studio.

Ad esempio, nella lettera che il padre di Mattia scrive per giustificarlo, si legge che ha impiegato le vacanze anche per assecondarlo nel suo «interesse primario» ovvero nell’elettronica e nella programmazione. È ammirevole la dedizione del padre nei confronti delle attitudini del figlio, ma è importante comprendere che queste si possono tranquillamente affiancare ai compiti per le vacanze, e continuare anche durante l’anno scolastico stesso.

L’importanza dei compiti estivi risiede, oltre che in un allenamento della mente, anche in una responsabilizzazione del ragazzo e in un raggiungimento di consapevolezza che i propri interessi possano essere coltivati anche quando, nel resto del tempo, si è impegnati in tutt’altro.

Questo avrà un’incidenza rilevante in futuro, quando, dovendo stare almeno otto ore a lavoro, non si avrà modo di coltivare i propri interessi per il tempo che si desidera, ma grazie ad una giusta responsabilizzazione e comprensione del tempo stesso, si avrà modo di coltivare comunque i propri talenti.

Promuovere l’originalità nelle scuole

Ciò che si potrebbe fare, per mettere d’accordo genitori, ragazzi, scuola e cervelli, è ricercare un giusto mezzo che permetta di “stare tranquilli” durante le vacanze, ma comunque esercitarsi, e questo si potrebbe ottenere riducendo il numero di esercizi e spingendo i ragazzi alla lettura, all’esercizio critico e ad amare la cultura. Basti pensare ai compiti estivi originali assegnati dal professore Cesare Catà, del Liceo delle Scienze Umane “Don Bosco” (Fermo), ai suoi studenti, compiti che consistevano ad esempio nell’alzarsi presto per andare a vedere l’alba, fare esercizio fisico, diventare, in generale, delle brave persone. Li motivava a leggere non per obbligo, ma perché leggere è «la migliore forma di rivolta che avete». Li spingeva a rileggere gli appunti delle lezioni e a rapportare quanto studiato alla vita quotidiana, a farsi domande, a riflettere.

L’originalità è ciò che può salvare la scuola e incoraggiare gli studenti ad avvicinarsi alla cultura, come ad Asti, dove un professore, Giampiero Monaca, insegna la curiosità, ovvero affronta gli argomenti in classe attraverso un dibattito per far sì che gli alunni si avvicinino con curiosità e attivamente a quanto dovranno imparare.

Un modo alternativo e originale per avvicinarsi alla cultura in quanto la cultura stessa è una delle poche cose che potranno rivoluzionare il mondo e che ci fanno essere individui liberi.

di Vanessa Romani

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