Quanto cibo sprechi? Nasce il primo osservatorio nazionale sullo spreco alimentare

«Il nostro obiettivo è far mangiare bene e far dimagrire il bidone della spazzatura». Così, giocando sui ricordi di diete dimagranti, viene annunciato il varo del nuovo osservatorio nazionale sullo spreco alimentare Waste Watchers. «Quanto sprechiamo a casa?» è l’interrogativo a cui si vuole dare risposta, per riuscire a capire chi e perché spreca. Dei primi risultati indicano che il 60% degli italiani getta il cibo almeno una volta alla settimana. Sarebbe uno spreco pari a 39 miliardi di euro all’anno, ma altri calcoli, che lo indicano intorno ai 4 euro a settimana a testa, portano a dei risultati pari a 15 miliardi di euro. Bisogna poi considerare altri sprechi connessi alla produzione, che riguardano suolo, acqua, oltre all’inquinamento ambientale.
Un primo questionario online, che non tiene però conto di un campione rappresentativo della popolazione, ha permesso di identificare sette tipologie di comportamento.

I risultati, elaborati dal nuovo Osservatorio nazionale sullo spreco promosso nell’ambito dell’Alma Mater Studiorium, Università di Bologna, sono stati illustrati da Furio Camillo, Docente di Statistica Aziendale – Dipartimento di Scienze Statistiche Università di Bologna. Il 27% getta gli avanzi, in particolare di verdura, pasta, yogurt, pane, perché le porzioni sono troppo abbondanti. Il 20%, attratto dalle promozioni, fa acquisti troppo grossi e se li dimentica in frigo o nella dispensa. Il 3% – e sono soprattutto single – butta verdura e uova perché le confezioni sono troppo grandi rispetto alle sue necessità. Il 23% si dichiara virtuoso e non spreca, attento alle questioni ambientali, ma anche più anziano della media di chi ha risposto. Il 24%, pur sensibile allo spreco, è costretto a buttare perché il cibo ha fatto la muffa o ha cattivo odore. Il 5% dichiara di avere scarse capacità culinarie, mangia cibi pronti e non getta snack, ma pesce, pollame, verdura, carne rossa. Il 3% odia dover fare la coda al supermercato, così fa spese importanti – chiederebbe anche la consegna a domicilio se costasse meno – e finisce con il buttare, perché lascia scadere ciò che ha acquistato.
Gli sprechi, comunque, non sono solo a casa, basta vedere quanto succede in crociera o nei villaggi turistici, dove la ristorazione è a buffet e la gente finisce per mettere nel piatto più di quanto consumerà. Così certi ristoranti giapponesi hanno applicato la formula «prendi tutto ciò che vuoi, ma paghi ciò che non consumi». Oltre a punire chi spreca o premiare chi ha un comportamento opposto ci sono però altre possibilità per trovare delle soluzioni, a cominciare dal dono ad associazioni che assistono indigenti. In Francia, ad esempio, stanno dimostrando che la fine del cibo non è necessariamente lo spreco: è nata una rete di panetterie, che offre a metà prezzo il pane del giorno dopo e sta avendo successo.
Intanto a maggio a Padova si terrà il primo Forum europeo con mille sindaci che hanno sottoscritto pratiche concrete di riduzione dello spreco alimentare. Si tratta di un decalogo che riprende le indicazioni della Risoluzione del Parlamento Europeo: ”Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE”. La Carta Spreco Zero prevede il recupero dei prodotti invenduti o scartati per redistribuirli gratuitamente a categorie di cittadini al di sotto del reddito minimo, oltre a istituire programmi e corsi di educazione alimentare per rendere il consumatore consapevole degli sprechi di cibo, acqua ed energia.

 

Valeria Prina
13 febbraio 2013

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