D’Annunzio 150/ mostra fotografica D’Annunzio & Friends: 150 anni in un brainframe

Dal 17 al 3 marzo 2013 – Casa Natale Gabriele d’Annunzio

Una macchina del tempo dove campeggia, un brainframe, una inconfondibile “cornice mentale”. Nell’orizzonte degli eventi arriva il 150° anniversario della nascita del Vate e torna a Pescara la mostra “d’Annunzio & Friends” dell’onirico fotografo Alessio Consorte, più che mai una metavisione che sembra provenire da una realtà parallela. Brainframe è un metaconcetto introdotto dall’esperto di media Derrick De Kerchove: il medium manipola la mente del suo utilizzatore e mette in relazione l’interno della coscienza con il mondo esterno, in questo caso la reflex digitale, la scelta dei soggetti e della luce ricreano questa realtà alla “Fringe”. Come nella serie tv americana abbiamo delle foto di incursioni da altri universi, qui abbiamo delle rappresentazioni di esseri che artisticamente rimodulano sequenze di percezioni, vissuti e desideri dannunziani. Allo spettatore non resta che riflettere su queste finestre aperte su mondi di confine, ripercorrere piste neurali ed associazioni di archetipi, citazioni pittoriche e filmiche, quadri da un’esposizione di esterrefatte metafisiche. Le donne sono sospese fra eros e contemplazione della follia, gli uomini tra ipnosi del vizio e tentazioni sprituali. Gli abbracci e gli sguardi sono immortalati come in sontuosi dagherrotipi digitali. Impeccabili le citazioni delle raffinate pose in bianco e nero di Herb Ritts per la scelta dei corpi statuari e scolpiti dalla luce, senza dimenticare soluzioni glam e di forte impatto emotivo, fashion oltre la linea del tempo, come negli scatti di Bruce Weber, ma in un percorso originale e rigorosomente meta-dannunziano.
Acqua, aria e terra sono gli elementi dominanti di questo calendario dannunziano: ninfe e baccanti dai volti virginali e dalle pose che ammaliano sinuosamente. Il volo è un mito faticoso in cui il poeta stesso deve farsi carico come San Cristoforo del peso del nuovo mondo e gli elementi naturali si alternano a quelli ignei del mondo industriale e dei suoi manufatti più estremi. Se la vita è consacrata al culto degli Italici nella caverna di un giuramento di guerra e di sangue, anche la religione viene reinterpretata attraverso una struggente Pietà del Mare, raffinata e contemplativa. L’olio e il vino appartengono però a riti ed atmosfere paganeggianti, mentre Celommi, Barbella e Michetti restano i numi ispiratori delle atmosfere rievocate nei set fotografici. Il mare Adriatico diventa una tenera insenatura sabbiosa dove i gabbiani volteggiano su una ragazza elegante e trasognata, lo studio di Barbella diventa una fabbrica di manufatti industriali con modelli post-moderni.

Sono, invece, le maschere ad annullare la dimensione temporale nella foto dedicata alla Presentosa, il gioiello ancestrale che sigilla il legame alchemico fra maschile e femminile simboleggiato dai cuori che si incrociano. Sullo sfondo le Moire ritratte proprio sulla Majella, la montagna madre, il ventre della magia neolitica. Le sorgenti del Pescara svelano una ninfa sorpresa nelle sue abluzioni e la raccolta delle olive viene interrotta da una madonna raggiante che grazia il raccolto ed invita ad una devota preghiera. Vi è poi un oggetto femminile di grande seduzione che porta la sua aura, per dirla con Walter Benjamin, nelle foto dell’Eremo dannunziano a San Vito Teatino: è l’ombrellino appartenuto a Barbara Leoni cui il Vate dedicò strarodinarie e commoventi lettere d’amore. Quell’oggeto che nelle mani di una modella ricorda proprio le donne di Monet. Sull’idea dei giocatori di carte nella pittura vengono in mente quelli ritratti da Caravaggio e poi da Van Heyden ovviamente in una chiave di azzardo ludico e nevrosi del fumo cari alla psicanalisi. Non poteva mancare l’icona della Figlia di Iorio, la strega purificata dall’amore, reinterpretata con piglio giovanilistico. E la modella che sprofonda fra gli acini di uva nera non è una baccante indemoniata, ma una delicata modella con le labbra socchiuse, come invito alla dolcezza di una rima piuttosto che alla furia di un amplesso.

Americo Carissimo
8 febbraio 2013

 

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