La faccia oscura di una società violenta

La faccia oscura di una società violenta

Violenza, in ogni declinazione possibile. Lo stupro di gruppo di una ragazza di sedici anni, con i segni indelebili a rimanere come marchio a fuoco, spingono all’ennesima riflessione, forse inutile. Parlare o tacere? Una linea sottile divide il silenzio del rispetto dal silenzio dell’assenza, la parola critica dalla parola superflua. La tentazione è di seguire l’onda dell’emozione e dello sdegno provocato da brutalità simili, parlando di mostri, come mostri sono gli autori delle innumerevoli morti di fidanzate, compagne e mogli.

Sterile però cercare di etichettare la violenza, di rinchiuderla in un recinto definito, perché qui si impone uno sguardo che si stacchi dall’evento singolo e lo guardi come espressione di un qualcosa di più grande e significativo, che riguarda la direzione presa dalla società.

Società, specchio dell’Io unito ad un altro Io, deriva dal sostantivo latino socius, cioè compagno, amico alleato, parola ormai estranea alla sua radice prima, spinti sempre più da un individualismo forsennato e malsano, anarchico ed egoistico.

Dovremmo sentirci tutti coinvolti e nessuno assolto, per dirla alla De André. Perché fa male leggere di una violenza sessuale, “assassinio senza cadavere” come definito dalla filosofa statunitense Susan Brison, ma fa altrettanto male leggere lo sdegno sulle pagine di giornali o sentirne parlare in programmi e telegiornali, in cui le notizie non sono maneggiate con cura, in cui l’attenzione è puntata esclusivamente al sensazionalismo da audience e da “mi piace”. Luoghi non luoghi nei quali è ormai stato definitivamente bandito il pudore, quello sano, per una moralità spiccia e bigotta. Ci si scandalizza per piccole pagliuzze negli occhi mentre si è intenti a seguire il corso della banalità e della volgarità.

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Non per assolvere o giustificare i colpevoli, ma per rimettere ad ognuno le proprie colpe. Simone Weil parlava della violenza come di una forza della quale essere coscienti: «Si maneggi la forza, o se ne sia feriti, in ogni caso il suo contatto pietrifica e trasforma un uomo in cosa. Merita il nome di bene solo ciò che sfugge a questo contatto». Uomo e donna trasformati in “cosa”, reificati, divenuti oggetti.

I minori questo hanno fatto, hanno trascinato la sedicenne di Sarno in un garage come fosse un oggetto da usare, stuprandola a turno, magari filmandosi. Hanno confessato appena condotti in caserma e ora sono in un centro di prima accoglienza a disposizione della procura presso il Tribunale per i Minorenni di Salerno, accusati di violenza sessuale. Come di violenza sessuale sono accusati due romeni che hanno violentato una donna somala al settimo mese di gravidanza, all’interno del cortile di una scuola all’Esquilino. E moltissimi altri abusi si saranno consumati nel frattempo, non solo sulle donne.

Quando la libertà si stacca dalla ragione, si perde anche il nesso di saper cogliere la differenza tra il bene e il male. La libertà diventa perciò tragica, al limite una “ruminazione cerebrale”, come dice Gide, e si ritorce contro l’uomo, che si autodetermina, seguendo gli istinti più bassi della propria natura.

«Gott ist tot» (Dio è morto) scriveva Nietzsche nella Gaia scienza. L’uomo si è divinizzato, divenuto lui stesso un Dio onnipotente. Ciò ha portato a effetti catastrofici, perché «se Dio non esiste, tutto è permesso» (citando I fratelli Karamazov), decade ogni limite e l’uomo può commettere ogni tipo di abominio. Chi salverà l’uomo da se stesso?

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