Greenpeace, Point of NO Return: nel mondo 14 ‘bombe a orologeria’

Greenpeace avverte: nel mondo ci sono ben 14 progetti che potrebbero causare danni irrimediabili al nostro ecosistema. Definiti delle vere e proprie ‘bombe a orologeria’, potrebbero causare grandi cambiamenti climatici in quanto nei prossimi anni si stima che porteranno a far aumentare le emissioni di CO2 di oltre il 20%. Il messaggio quindi è chiaro: per salvare il pianeta da una definitiva distruzione serve molto lavoro, anzi una vera e propria inversione di marcia.

Greenpeace ha puntato il dito soprattutto contro i governi che non stanno mettendo in atto delle politiche adeguate per la salvaguardia dell’ecosistema nonostante a Doha, lo scorso dicembre sia stato rinnovato l’accordo per l’estensione del protocollo di Kyoto fino al 2020, alcuni progetti portati avanti da grandi nazioni (Cina e Australia in primis) spingeranno:

«le emissioni – si legge nel rapporto Greenpeace Point of NO Returnsignificativamente al di sopra di quella quota che gli scienziati indicano come ‘punto di non ritorno’ per non far diventare totalmente fuori controllo i cambiamenti climatici».

Questi 14 progetti riguardano il carbone, l’estrazione di gas e di petrolio e la loro attuazione avrebbe come conseguenze il rilascio delle più alte emissioni inquinanti di sempre sulla Terra. Quali sono i paesi che “ospitano” queste “bombe ad olorigeria?.

In prima posizione troviamo l’Australia, nella terra dei canguri, si stima che entro il 2025 le esportazioni di carbone potrebbero aumentare fino a 408 milioni di tonnellate all’anno, le emissioni di CO2 arriverebbero così a più 1.200 milioni di tonnellate ogni 12 mesi.

In seconda posizione la Cina, dove nelle cinque provincie nord-occidentali la produzione di carbone potrebbe aumentare da qui a pochi anni (si pensa entro il 2015) di 620 milioni di tonnellate generando ulteriori 1.400 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

Seguono gli Stati Uniti che ha in programma di esportare ulteriori 190 milioni di tonnellate di carbone all’anno, principalmente attraverso il Pacifico nord-occidentale; ciò comporterebbe un aumento di 420 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2020.

In Canada invece la produzione di petrolio dalle sabbie catramose dell’Alberta potrebbe triplicarsi passando da 1,5 a 4,5 milioni di barili al giorno entro il 2035, con l’aggiunta di 706 milioni di tonnellate di CO2 alle emissioni globali annue.

In Artico invece le compagnie petrolifere pensano di sfruttare, da qui ai prossimi anni, lo scioglimento dei ghiacciai per produrre fino a 8 milioni di barili al giorno di petrolio e gas. Ciò è veramente agghiacciante…

Anche in Brasile le aziende intendono aumentare le estrazioni di petrolio dalle profondità marine, si stima che si estrarranno fino a 4 milioni di barili di petrolio al giorno.

Nuove trivellazioni nelle profondità marine anche nel Golfo del Messico dove entro il 2016 si vorrebbero produrre 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno.

In Venezuela verranno invece estratti, dalle sabbie bituminose dell’Orinoco, 2,3 milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2035.

Anche in Kazakistan l’obiettivo è quello di produrre 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2025

Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan puntano invece a produrre 100 miliardi di metri cubi di gas naturale entro il 2020, con il conseguente rilascio di 240 milioni tonnellate di emissioni di CO2.

Nuove produzioni di gas naturale anche in Africa dove entro il 2035 ne verranno estratti 250 miliardi di metri cubi.

Infine in Iraq si estrarranno 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2016 e 4,9 milioni di barili al giorno entro il 2035, con l’aggiunta di 420 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2020.

Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International, ha definito questi progetti come il risultato dell’ipocrisia di alcuni governi che: «Sostengono di voler prevenire il cambiamento climatico ma continuano vergognosamente a promuovere progetti che porteranno inesorabilmente al caos climatico e a devastazioni su larga scala».

 

Potrete trovare il rapporto completo (in lingua inglese) di Greenpeace a questo link: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/point-of-no-return-01-2013.pdf

 

Enrico Ferdinandi

23 gennaio 2013

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