LA «MEMORIA» DI FACEBOOK

Tiepidi raggi inondavano il mattino del mio paese, oggi. Il Sole d’inverno ha una magia particolare, diversa da quello estivo, preziosa, come tutte le cose rare e desiderabili. Una quiete impalpabile, che quasi faceva perdere memoria, sia pure per un attimo, degli strascichi tragici seguiti alla violenta tromba d’aria che, giorni fa, ha messo in ginocchio le città di Taranto e Statte (TA). Qualcuno però, non ha potuto assaporare questo luminoso 11 dicembre 2012:  Giuseppe, vittima di un incidente stradale a Crispiano (TA). Se ne è andato, più di una settimana fa, a soli 16 anni.

 È strano come per le morti di giovanissimi, si è soliti  usare la frase «Se ne è andato» invece del più  lapidario «É morto», che racchiude in sé tutta la realistica  drammaticità dell’evento. La verità, tanto vagheggiata dall’uomo attraverso secoli segnati da scuole di pensiero e impregnati di poesia,  conserverà sempre qualcosa in sé di sinistro, di repulsivo. Così, si respinge la tangibilità della morte biologica con l’idea di una partenza, una sorta di inevitabile distacco. È comune, fra i giovani, il passionale desiderio di andare via, di lasciare la propria casa (guscio ingombrante magari, di un’infanzia infelice)  per seguire la propria strada, indipendenti e liberi.  Ragazzi dell’età di Giuseppe studiano coltivando il sogno di vincere un master che li porti lontano, oltreoceano, perché no!

Gli orizzonti possono essere infinitamente immensi e meravigliosi da scoprire! Lui, però, non può più farlo: un assurdo incidente  ha messo a tacere per sempre i suoi sogni. Non potrà terminare gli studi, comprare un biglietto aereo per Londra o provare la gioia di diventare padre. Lui «se ne è andato» e non per un master; l’amaro compito di «rimanere» spetterà ai suoi genitori che non potranno mai comprendere una logica nel sopravvivere ad un figlio. Pensavo a tutto questo, e al fatto di non averlo mai nemmeno incrociato pur vivendo  nello stesso paese, quando ho visualizzato il suo profilo Facebook: un ragazzo magro e sorridente che dimostrava, nella spontaneità di quel viso allegro, tutti i suoi 16 anni. Una foto col taglio di capelli all’ultima moda, un’altra in cui bacia la sua fidanzatina: quasi un sacrilegio osservare su  uno schermo, attimi privati di una vita azzerata. In bacheca, una serie di messaggi d’affetto e intrisi di dolore, lasciati da parenti e amici: parole che lui non vedrà mai.

Viene da pensare a quanto poco valore abbia, a volte, la lettura frettolosa e disattenta di un post: in rete si legge di tutto e in maniera superficiale; siamo soliti apporre il nostro gradimento attraverso un pigro click sul tasto sinistro del mouse. Ora, invece, tutto ciò che compare sul profilo lasciato da Giuseppe, assume un’importanza diversa, anche se amara. Ecco ciò che resta di una vita: ricordi di chi lo ha conosciuto, foto di un passato spensierato e un account sulla piattaforma sociale più nota del 21° secolo. Giuseppe conserverà un piccolo posto nell’immenso universo cibernetico: la luce flebile di una candela,  nell’oscurità matematica di font, tag e linguaggi informatici. Gli Antichi Egizi sostenevano che ben più doloroso della morte organica, fosse il decesso rispetto alla memoria collettiva: essere ricordati e rievocati, conduceva alla vita eterna. Se il più celebre social network di cui ho sempre criticato l’effettivo potere universale, ha svolto questa funzione di continuità, anche se in piccola parte,  aver lasciato un segno nell’etere, non sarà stato vano. Una fetta di eternità donata dalla memoria virtuale di Facebook a tutti quelli che come te, Giuseppe, sono andati via troppo presto.

Sarah Jay De Rosa
12 dicembre 2012

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