La nuova frontiera del geotermico, tutta italiana

Si definisce geotermica quella energia immagazzinata sotto la crosta terreste sotto forma di calore, prodotto dal decadimento di uranio, torio e potassio, elementi radioattivi presenti nel sottosuolo terrestre.
Individuando le zone della crosta in cui è concentrato il calore, è possibile implementare alcune tecniche in grado di sfruttarlo. Per fare un esempio, nel caso di sorgenti di vapore acqueo nel sottosuolo, si fa si che gli stessi esercitino una forza su delle turbine che, producendo energia meccanica dovuta alla rotazione, permettano la generazione di elettricità.
Il geotermico in Italia vede il suo sfruttamento principalmente in Toscana grazie alla presenza di vapori provenienti dal sottosuolo che permettono di produrre ogni anno quattro miliardi di KWh.
Ma l’Italia, anche in questo settore della ricerca, è andata ben oltre e ha voluto scommettere su un progetto particolarmente interessante, primo al mondo: implementare una soluzione che sfrutti il calore proveniente dai fluidi caldi presenti nel vulcano Marsili che è collocato nel Tirreno. L’idea è quella di costruire una serie di quattro centrali off-shore (come se fossero quattro piattaforme petrolifere) in grado di perforare il vulcano in questione alla ricerca di fluidi caldi da essere sfruttati successivamente.

Il progetto in questione consta di tre fasi.
La prima (già iniziata) è tesa ad acquisire fondamentali informazioni circa la natura del vulcano stesso; è necessario trovare cioè i “punti” della roccia vulcanica nei quali sono presenti i fluidi di cui sopra.
Oltre a imprescindibili strumenti tecnici, utili a questo obiettivo, due concetti che derivano dalla letteratura della materia. In primo luogo il concetto di “densità”. Una densità più bassa rispetto ad altre zone del vulcano potrebbe far pensare la presenza di un diverso tipo di roccia all’interno della quale potrebbe scorrere un fluido caldo. In secondo luogo, il concetto di “magnetizzazione”. La presenza di questi fluidi comporta che la magnetizzazione delle rocce (una particolare disposizione delle molecole che compongono il materiale in questione) è praticamente nulla, tutto dovuto al fatto che una temperatura alta comporta il moto delle molecole del materiale stesso che perdono il loro ordine.
In questa stessa fase, inoltre, importante è valutare l’impatto ambientale che comporta tutto il progetto.
La seconda permetterà la creazione vera e propria del pozzo geotermico attraverso la costruzione di una struttura semisommergibile.
La terza è tesa alla produzione vera e propria di energia elettrica che si otterrà, come presentato in precedenza, mediante il classico utilizzo di turbine. Importante è però ricordare che la trasformazione dovrà avvenire nell’acqua stessa per evitare che si verifichi una perdita di calore che comporterebbe quindi una forza minore sulle turbine, quindi una produzione minore di energia meccanica e pertanto minore generazione di elettricità.
La complessità, dunque, si riscontra in tutte e tre le fasi presentate anche in relazione al fatto che è necessario implementare tecniche in grado di gestire flussi a temperature e pressioni molto elevate, cosa non affatto semplice e scontata come si piò pensare.
A fronte delle difficoltà presentate, c’è da sottolineare che i vantaggi che si otterrebbero sono degni di nota. Le quattro centrali off-shore in questione comporteranno la produzione di una quantità di energia pari ad a quella prodotta da una centrale nucleare di media potenza. Il che, porta ad un’ultima considerazione, di carattere scientifico-politico: i nostri mari sono colmi di vulcani sotterranei. Perché mancano gli investimenti che apporterebbero un ulteriore contributo alla soluzione del problema energia?

 

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook