Far tacere la mafia

Far tacere la mafia

Non è passato molto dal 21 marzo, giorno che non segna solamente l’ingresso nella primavera ma anche la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, perché, come si legge nel sito di Libera, «in quel giorno di risveglio della natura si rinnovi la primavera della verità e della giustizia sociale».

È dal 1996 che ogni anno viene letto un elenco di circa novecento nomi di vittime innocenti, ogni volta in una città differente: vedove, figli senza padri, madri e fratelli, parenti delle vittime conosciute, la cui memoria rimanda a volti divenuti simboli indelebili della lotta alla criminalità organizzata, e familiari delle vittime dal nome sconosciuto ai più. Ma proprio perché a quei nomi e alle loro famiglie siamo debitori, in quanto la dignità del nostro Paese passa attraverso le loro vite, è un dovere civile ricordare ognuno di loro.

Eppure dopo pochi giorni, ecco comparire il 6 aprile in prima serata il figlio di un mafioso. Purtroppo non un Peppino Impastato che della denuncia ha fatto la sua croce, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978, «qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani».

Le parole di Peppino erano diritte come i binari testimoni della sua fine atroce: «Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale».

Fa male aver contribuito con i propri soldi a dar voce al figlio di Totò Riina, «criminale italiano, legato a Cosa nostra e considerato il capo dell’organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Viene indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua statura e La Belva, adottato per indicare la sua ferocia sanguinaria». Figlio liberissimo di vivere nel suo privato l’arresto del padre come vittima di uno Stato che glielo ha “portato via”, come pure ha il diritto di scrivere un libro nel quale sostenere che suo “padre è un eroe”.
È invece assolutamente disgustoso e intollerabile consentirgli di avere un palco, la RAI, da cui esternare i suoi pensieri in proposito e pubblicizzare il suddetto libro.

Lasciamo quindi parlare lo sdegno di chi instancabilmente, non unico e non solo, ha fatto della sua vita l’ennesima e inarrestabile testimonianza di lotta e denuncia, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: «Avrei preferito non dovere scrivere queste righe, avrei preferito non essere costretto ad essere assalito dal senso di nausea che ho provato nel momento in cui ho dovuto leggere che il figlio di un criminale, criminale a sua volta, comparirà questa sera nel corso di una trasmissione della RAI, un servizio pubblico, per presentare il suo libro, scritto, come dichiarerà lui, “per difendere la dignità della sua famiglia”».

Inizia così il lungo post nel quale il dolore di un fratello si mescola a quello di chi si è sentito offeso e mai potrà dimenticare. Uno sfogo, un urlo educato che è anche denuncia, nel quale si chiede quale possa essere la dignità di cui parla Salvo Riina: «Ce lo spiegherà raccontandoci come, insieme a suo padre, seduto in poltrona davanti alla televisione, abbia assistito il 23 maggio e il 19 luglio del ’92 allo spettacolo dei risultati degli attentati ordinati da suo padre per eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non ci racconterà forse le esclamazioni di gioia di quello stesso padre che descriverà, come da copione, come un padre affettuoso, ma quelle possiamo immaginarle dalle espressioni usate da quello stesso padre quando, nelle intercettazioni nel carcere di Opera, progettava di far fare la “fine del tonno, del primo tonno” anche al magistrato Nino Di Matteo. Non ha voluto rispondere, Salvo Riina, alle domande su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non me ne rammarico, quei nomi si sarebbero sporcati soltanto ad essere pronunciate da una bocca come la sua».

Il risentimento continua anche quando parla del conduttore Bruno Vespa, che «avrà il merito di fare diventare un best-seller il libro che qualcuno ha scritto per il figlio di questo criminale e che alimenterà la curiosità morbosa di tante menti sprovvedute. Si sarà così guadagnato le somme spropositate che gli vengono passate per gestire un servizio pubblico di servile ossequio ai potenti, di qualsiasi colore essi siano. Qualcuno ha chiamato la trasmissione “Porta a Porta”, la terza Camera, dopo la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, questo significa infangare le istituzioni, infangare la nostra Costituzione, sport che sembra ormai molto praticato nel nostro paese».

Il sangue delle vittime di mafia è sempre rosso e non si cancella, «in quanto a noi familiari delle vittime di mafia eventi di questo tipo significano ancora una volta una riapertura delle nostre ferite, ove mai queste si fossero chiuse, ma ormai purtroppo questo, dopo ventiquattro anni un cui non c’è stata ancora ne Verità ne Giustizia, è una cosa a cui ci siamo abituati, ma mai rassegnati. La nostra RESISTENZA continuerà fino all’ultimo giorno della nostra vita».

Come disse Paolo Borsellino: «Il fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso».

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