VQR, qualità della ricerca o ricerca di qualità?

VQR, qualità della ricerca o ricerca di qualità?

Giuseppe Mingione è un matematico italiano, un bravo matematico italiano, tra i novantanove più citati al mondo. Un nome non da prima pagina, sconosciuto alla quasi totalità delle persone non giocando a calcio in serie A, non partecipando ai talk-show televisivi, non essendo un attore e, buon per lui, nemmeno un assassino. Di lui si stanno occupando i giornali perché ha deciso di boicottare la VQR.

Cos’è la VQR?

Innanzitutto, che cos’è la VQR? è una Valutazione della Qualità della Ricerca che si articola sulle 14 Aree disciplinari identificate dal Comitato Universitario Nazionale (CUN); per ogni area, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha costituito un Gruppo di Esperti della Valutazione con il compito di valutare i prodotti della ricerca scientifica. Questo processo di valutazione è partito nell’anno 2011, concludendosi nel luglio 2013 con la pubblicazione della classifica delle migliori università, basandosi su un criterio bibliometrico che valuta i ricercatori (a tempo determinato ed indeterminato), gli assistenti, i professori di prima e seconda fascia e i ricercatori e tecnologi degli Enti di Ricerca prendendo in considerazione i prodotti di ricerca (articoli su riviste, libri e capitoli di libri dotati di ISBN, edizioni critiche, traduzioni e commenti scientifici, brevetti e altri prodotti quali composizioni, disegni, performance, software, banche dati, e altro ancora).

Ora è in corso la seconda edizione della VQR, per aggiornare i dati relativi alle università, e ad ogni docente è richiesto l’invio di due pubblicazioni, fra il 2011 e il 2014. Tutto questo per dare a studenti e famiglie uno strumento in più, ma soprattutto i risultati sono utili ai fini dell’assegnazione di una parte del Fondo di finanziamento ordinario che avviene su base premiale.

Il contenzioso sollevato Giuseppe Mingione, ordinario all’Università di Parma, e che da mesi è oggetto di mozioni e appelli di boicottamento sparsi lungo lo stivale italico, è che tutta questa operazione non avvantaggi una trasparenza dei meriti ma, anzi, alimenti un sistema che si ritorce contro le stesse università, che cioè non contribuisca affatto a migliorare il diritto allo studio e la qualità della didattica, ma renda gli atenei ostaggi di fondi sempre più esigui. Una protesta/pretesto (#VQRstaiserena) per mettere sotto la lente d’ingrandimento non solo la scarsità degli investimenti, ma anche il blocco degli scatti di anzianità.

Mingione spiega i motivi della sua scelta:

«Per questo ho deciso di boicottare la valutazione della ricerca. Difendo la mia dignità professionale. Io sono più che favorevole alla valutazione ma il punto è che a queste condizioni di autentico maltrattamento professionale non ci sto. Sono diventato ordinario nel 2006 a 33 anni. Da allora però non ho visto riconosciuta la mia anzianità di servizio che è stata incredibilmente annullata, con conseguente danno economico, una cosa che non mi risulta abbia riscontro in alcun sistema universitario di mia conoscenza. E questo lo ritengo lesivo della mia dignità professionale. Io non sono un medico o un ingegnere, sono un matematico, dipendo totalmente dai soldi pubblici. Ma il fondo per la ricerca di base è stato praticamente azzerato. Negli ultimi 4 anni per le mie ricerche avrò preso 2/3mila euro in tutto, mentre i miei collaboratori europei anche più giovani di me nel frattempo viaggiano sui 250 mila euro. Quando si arriva a questi livelli di mortificazione professionale, qualunque protesta va bene. Io non sono contro la valutazione, tutt’altro. Ma mi sono scocciato di essere trattato così. Se poi vogliamo essere pignoli, ci sarebbe da dire qualcosa anche sui criteri della VQR. In questi quattro anni ho prodotto 16 lavori di prima fascia (il massimo per la VQR). Perché devo limitarmi a presentarne due? E’ come se durante una partita di calcio un giocatore venisse messo in panchina dopo che ha segnato due. In questo modo si finisce per perseguire una linea di mediocrità. L’impressione è che il vero scopo della VQR non sia premiare le eccellenze ma stanare i presunti fannulloni. In università non siamo tutti uguali: c’è chi fa più ricerca e chi si dedica maggiormente alla didattica. Per restare al calcio, sarebbe ingiusto pretendere di misurare un portiere o anche solo un difensore in base ai gol che hanno segnato. Quindi chi fa di più dovrebbe poterlo far pesare. Inoltre la VQR prende in considerazione un periodo di tempo troppo breve, almeno per alcuni settori. Io scrivo cose che richiedono tempo per essere capite. Le mie ricerche più citate sono di 15 anni fa. Illogico pretendere di valutare la ricerca su standard internazionali quando il livello dei fondi è da Terzo Mondo».

Italia, paese che vai e ricercatore che non trovi

Dal decreto Tremonti del 2009, il Fondo di finanziamento ordinario è stato sfoltito di ben 800 miliardi di euro, passando dallo 0,49% del Pil allo 0,42%, contro l’1% di Francia e Germania. In Italia si spende per la ricerca e lo sviluppo l’1,26% del Pil, mentre la media europea è del 2%, con il tetto del 3% degli obiettivi di spesa fissati dall’Europa per il 2020. Nonostante questo, i nostri ricercatori non solo pubblicano più articoli, ma sono anche maggiormente citati.

Insomma, stando all’indicatore che misura la produttività della ricerca (H Index) con fattori come numero di pubblicazioni e citazioni ricevute, sembra proprio che la ricerca scientifica italiana stia a conti fatti abbastanza bene, malgrado sia “maltrattata”. Infatti la ricerca italiana è settima al mondo per impatto su scala mondiale, sopra a Paesi che hanno investito in proporzione anche più del doppio come Danimarca (3,06%, 14esima) e Svezia (3,30%, 11esima). Il nostro paese registra un valore di 713 che la mantiene nella top 10 mondiale davanti all’Australia (644), la Svezia e la Danimarca (614 e 518).

Si potrebbe obiettare che dopotutto non è male, poca spesa e massima resa. Peccato che i rischi di un così scarso investimento siano dietro l’angolo, pronti ad aggredire un settore come quello della ricerca sempre in bilico, eppure fondamentale per il benessere del paese. In due anni è aumentato del 34,3% lo sconfinamento degli under 40, ben 45mila. E tra questi, sono in aumento gli addii qualificati, ricercatori in primis. Fabio Sdogati, ordinario di Economia internazionale al Politecnico di Milano, sottolinea la pericolosità di questa deriva: «Significa che formiamo bene gli studenti grazie a una scuola secondaria molto forte e a università di eccellenza, ma il sistema non è in grado di investire su professionalità con un certo grado di qualifiche. La ricerca di qualità viene fatta, sì, ma spesso all’estero».

Come scrisse Hannah Arendt, «l’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti».

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