Il lato oscuro del cheeseburger globale

Simboli della globalizzazione, le grandi catene di fast food si distribuiscono in massa nel mondo, garantendo a persone profondamente diverse tra loro di sentirsi “a casa” dappertutto.

Che cosa si nasconde, però, dietro le loro scintillanti insegne pubblicitarie? Quali scopi e motivazioni risiedono dietro i loro accattivanti sconti?

Riassunti nella formula di “allevamento intensivo”, vi sono tutti i principali obiettivi delle imponenti imprese “McDonald’s”, “Burger king”, “KFC” : l’aumento della quantità a discapito della qualità; la massimizzazione della produttività mantenendo al minimo i costi; l’esigenza del mercato come regola del trattamento animale.

 

Nato negli Stati Uniti ed importato in Europa a partire dagli anni ’60 del 1900, l’allevamento intensivo ha scavalcato la tradizione, introducendo un modello tecnologico avanzato dal punto di vista utilitaristico. Si scopre, ad esempio, che aggiungendo le vitamine A e D negli alimenti, è possibile allevare gli animali all’interno di stabilimenti chiusi e confinati, aumentando la redditività e riducendo i tempi di produzione. Sorge così il mercato del pollo da ingrasso e delle galline ovaiole, che viene allargato su scala industriale e brevettato anche per bovini, suini ed ovini.

Jonathan Safran Foer, nel suo saggio “Se niente importa”, utilizza una metafora piuttosto cruda per descrivere la condizione delle galline ovaiole: “Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere (esasperandolo) contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Il che è una specie di benedizione, perchè il pavimento inclinato è fatto di fil di ferro che ti sega i piedi. Dopo un po’ quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo. Non c’è tregua, non c’è sollievo. Non arriverà nessun addetto a riparare l’ascensore. Le porte si apriranno una sola volta, al termine della tua vita, per portarti nell’unico posto peggiore”.

I maggiori oppositori a questo tipo di proposta sono, infatti, gli animalisti: fra le altre, l’associazione PETA che, nata sulle orme di Peter Singer, è rimasta nota ad esempio per la sua forte opposizione alla pratica “Debeaking”, che consisteva nella rimozione di 1/3 del becco delle galline, così da impedire a queste di beccarsi reciprocamente per la conquista dello spazio vitale.

L’allevamento intensivo non è criticato, tuttavia, soltanto da un punto di vista prettamente etico, bensì anche per molte sue conseguenze economiche e sanitarie.

Un terzo della raccolta totale di cereali è impiegata per la nutrizione del bestiame d’allevamento, mentre un miliardo di esseri umani soffre per denutrizione.

Moltissime sono le patologie indotte da un eccessivo consumo di carne, basti ricordare i gravissimi casi di “aviaria” e “mucca pazza”.

Vi sono poi numerose conseguenze a livello dell’ecosistema, in particolare il fenomeno del disboscamento per far posto ai pascoli, che crea un minor assorbimento dell’anidride carbonica ed una distruzione della biodiversità. Per queste ragioni appare auspicabile una riduzione costante del consumo di carne, e soprattutto una più raffinata scelta della qualità dei prodotti.

Infine, come ormai le ricerche etologiche dimostrano, gli animali posseggono esigenze, preferenze, motivazione e sono soggetti a paura e stress, tanto che le stesse catene di fast food hanno investito in ricerche sulla sensitività-coscienza animale. Per queso motivo, infatti, è considerato fondamentale l’atto emanato dalla Farm Animal Welfare Council”, che garantisce cinque libertà agli animali: libertà dalla fame e dalla sete; libertà di fruire di un ambiente adeguato; libertà dal dolore, dalla lesione e dalla malattia; libertà di espressione comportamentale; libertà da paura e stress.

Pur non volendoci trasformare in un mondo di vegetariani, ed ignorando il fatto che considereremmo assolutamente miseri tali diritti se fossero gli unici attribuiti all’essere umano; si tratta sicuramente di una riforma importante rivolta al benessere animale. Un piccolo passo verso il miglioramento delle condizioni, un grande passo dal punto di vista morale. Come sosteneva, infatti, Mahatma Gandhi: <<La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi animali>>.

Alice Andreuzzi

7 ottobre 2012

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