“L’Europa dovrebbe prima di tutto rivedere l’approccio culturale”. L’intervista al Prof. Massimo Amorosi, docente in Relazioni Internazionali

“L’Europa dovrebbe prima di tutto rivedere l’approccio culturale”. L’intervista al Prof. Massimo Amorosi, docente in Relazioni Internazionali

Ancora umanamente scossi da quello che può essere definito l'”11 settembre europeo”, proviamo a riordinare le idee e a ipotizzare quali scenari si aprono per l’Europa con il prof. Massimo Amorosi, docente di Relazioni Internazionali – Non Proliferazione degli Armamenti e titolare del modulo sui rischi biologici e del bioterrorismo nell’ambito del Master sulla Sicurezza Nazionale presso la Link Campus University di Roma.
Prof. Amorosi, Gi attentati di ieri a Parigi erano così imprevedibili?
Questi attacchi non sorprendono affatto. Dopo i fatti di Charlie Hebdo e non meno gravi episodi di violenza terroristica che hanno colpito altrove, come il turismo occidentale in Tunisia, non è insolito assistere ad avvenimenti ad alto impatto come quelli di ieri sera. Questi, anzi, segnano un salto di qualità significativo rispetto agli attentati a Parigi del gennaio scorso.
Come ha ricordato, le drammatiche stragi di ieri fanno seguito a quella alla sede del giornale Charlie Hebdo avvenuta  il 7 gennaio scorso, si può ipotizzare che la Francia sia più “vulnerabile” rispetto ad altri Paesi?
La “vulnerabilità” della Francia, se la vogliamo definire così, è dovuta innanzitutto alla sua crescente esposizione militare in Siria, a partire dalla fine di settembre con i raid aerei contro obiettivi del Califfato, a cui si aggiunge l’impegno dei militari di Parigi contro i jihadisti nel Mali e nel Sahel. Ma bisogna anche considerare le vulnerabilità interne alla Francia, come dimostrato da questi ultimi attacchi, la cui organizzazione ed esecuzione verosimilmente sono state possibili grazie ad una estesa e articolata rete di supporto logistico esistente nell’area metropolitana parigina, specie nelle banlieue pressoché fuori controllo. Basti pensare alla preparazione delle cinture esplosive come quelle usate dai terroristi suicidi che si sono fatti esplodere nella serata di ieri.

Quali rischi reali si profilano per l’Italia e quali misure preventive sarebbe opportuno adottare?

Così come per altri Paesi europei, rischi esistono ovviamente anche per l’Italia. Premesso che è complesso mettere in atto una prevenzione efficace contro attacchi ben coordinati come quelli di ieri, è possibile adottare misure appropriate. Innanzitutto, un ripristino dei controlli alle frontiere, dato che diventa fondamentale identificare chi entra e chi esce dai nostri Paesi, oltre che monitorare le attività e gli spostamenti degli elementi sospetti di radicalismo e scambiare le informazioni.
 
E’ corretto affermare che l’Europa è ormai al centro di “una guerra” che non è più possibile trascurare? 
Negare che si tratti di una guerra è già una sconfitta. L’Europa dovrebbe prima di tutto rivedere l’approccio culturale a questo fenomeno per essere pronta a far fronte ad una sfida così complessa. Fino ad oggi si è accordata una priorità alla privacy rispetto alla sicurezza (a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone). Dobbiamo invertire le priorità e mettere al centro la sicurezza, tenendo presente che in questo modo non si mettono a repentaglio le libertà che sono a fondamento della costruzione europea, bensì ci si muove più efficacemente in loro difesa.

Quali scenari è possibile prevedere per il futuro prossimo?
 È difficile delineare scenari. L’area arabo-islamica è scossa da una conflittualità che non possiamo più ignorare e che ci riguarda direttamente. Non solo la Siria, ma anche e soprattutto la Libia, la cui stabilizzazione rientra negli interessi nazionali del nostro Paese e che richiederà un impegno crescente nei prossimi tempi.
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