Expo, quale futuro? A tu per tu con Pietro Paganini

Expo, quale futuro? A tu per tu con Pietro Paganini

Parlare di innovazione con chi se ne occupa quotidianamente è un privilegio raro perché si ha la possibilità di toccare con mano la concretezza di una parola troppo spesso abusata e svuotata di un reale significato. L’occasione arriva grazie al dialogo con Pietro Paganini, esperto di innovazione e sviluppo economico, docente in Business Administration alla John Cabot University di Roma e Presidente di Competere.eu, uno dei protagonisti al convegno «Dopo Expo – Un’Area per l’Innovazione», in programma domani presso La Permanente di Milano nel contesto di #MILANO2016, la piattaforma di idee per il futuro di Milano. Una giornata nella quale tecnici e personalità del mondo economico e politico si confronteranno fattivamente sul futuro di uno spazio, quello che ospita l’Expo, che occupa una superficie di un milione e centomila ettari quadrati.

 pietro.paganiniParlare di innovazione non è parlare di idee e intuizioni che rimangono fini a se stesse, ma è parlare di come questa lungimiranza visionaria si possa trasformare in proposte realizzabili che valorizzino e implementino una risorsa disponibile. Quale futuro nel dopo Expo?
«La nostra proposta, per evitare soluzioni riempitive, anche valide, ma che mantengono uno status quo, è di creare un’Api, cioè un area per l’innovazione che attragga e faciliti gli investimenti industriali e finanziari, e di conseguenza l’occupazione, attraverso l’istituzione di una zona giuridicamente indipendente, in piena autonomia legale, economica, amministrativa e politica, sul modello delle LEAP zones (Legal, Economic, Administrative, Political indipendent areas): tassa piatta, zero burocrazia, arbitrati per risolvere velocemente questioni legali. Un’evoluzione rispetto le Zone Economiche Speciali estere o le Zone Franche Urbane istituite in Italia. Le ZFU sono fiscalmente vantaggiose ma le richieste di accreditamento vengono scoraggiate dalla burocrazia ancora troppo lenta e macchinosa».

Milano sarebbe quindi un’apripista in questa direzione, anticipando e sperimentando soluzioni poi applicabili in altre zone del nostro territorio?
«Milano è una città che può diventare un riferimento non solo nazionale, una capitale europea dove desiderare vivere, studiare o lavorare perché offre un’attrattiva unica. Una vera e propria Sharing City, nella quale c’è fermento, un fermento di idee che parte dal basso e preme verso l’alto, c’è la voglia di condividere queste idee in un dialogo inclusivo, voglia di sperimentare anche da parte di chi governa la città. L’innovazione ha bisogno della volontà politica, punto fondamentale nella creazione di una zona giuridicamente indipendente. La politica deve essere un organo di promozione del territorio per aprirlo agli investimenti, senza aver paura delle contaminazioni esterne. Per fare questo serve una classe dirigente al contempo visionaria e coraggiosa, che esca da schemi ormai vecchi e superati e che si ponga la domanda “come vorrei che fosse la Milano del futuro?”. In quest’ottica, una «zona di innovazione» sarebbe lo strumento ideale non solo per l’area EXPO, ma anche il più veloce per ridare ossigeno a molte altre zone della penisola. Alcune regioni del Sud Italia, la Piana di Gioia Tauro ad esempio, potrebbero infatti essere rivalutate dall’introduzione di una zona giuridicamente indipendente che incentivi gli investimenti esteri. Come per Singapore, Hong Kong, Dubai o le province cinesi, una Api potrebbe essere l’opportunità per alcune aree poco produttive di migliorare produttività, infrastrutture, competitività, creando nuovi posti di lavoro e riducendo la disoccupazione».

Una proposta che sulla carta sembra semplice, è così?
Io penso che se non lo facciamo noi, lo farà qualcun altro prima di noi. In questi mesi, soprattutto in vista delle elezioni di #Milano2016, le proposte avanzate sono state veramente numerose, molte delle quali anche condivisibili. Serve però una strategia da parte delle istituzioni che tuteli l’area Expo e gli interessi dei cittadini ma scongiuri un eccessivo interventismo statale. Per quest’area si può quindi ipotizzare l’istituzione di un sistema giuridico differente, efficiente, credibile, prevedibile e comprensibile come a Dubai, che non sia solamente una zona franca con tassazione ridotta o incentivi fiscali, ma qualcosa di più allettante, che offra garanzie ma nello stesso tempo la semplicità e l’immediatezza di un sistema amministrativo snello, una tassazione concorrenziale, potenzialmente piatta e vicina allo zero. Inoltre devo essere garantiti in modo efficace i diritti di proprietà, la trasparenza amministrativa, il rispetto dei contratti. Il compito dell’amministrazione pubblica deve essere quello di favorire il mercato, senza logiche di clientela politica, con assoluta limpidezza e semplicità.
Gli imprenditori e le imprese cercano condizioni favorevoli e tutto questo favorirebbe la competitività, attirando investimenti produttivi ed innovativi.
Verrà preso in esame quale settore incentivare, potrebbe essere il settore della sperimentazione alimentare o quello dell’automazione e della robotica, con la creazione di un polo di riferimento a livello di innovazione unico nel panorama europeo».

Innovazione sostenibile, questo il messaggio. Un confronto aperto per poter fare insieme quel passo in più nella direzione del vero progresso che è in primis sociale. Pietro Paganini cita un libro nel corso dell’intervista, L’arte della ricchezza di Carlo Scognamiglio Pasini. In queste pagine Scognamiglio va a fondo dell’aspetto meno conosciuto di Cesare Beccaria, milanese doc, restituendoci l’immagine di “economista riformatore al servizio dello Stato e del progresso civile”, il quale sosteneva che «la vera fonte della ricchezza delle nazioni non è costituita dalle risorse naturali e dall’agricoltura, ma trae invece origine dal lavoro umano e dagli strumenti che ne incrementano la produttività».

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