“Primavera Araba”: frutto di un albero virtuale o germoglio di un popolo?

Arabia infelix è il titolo dell’editoriale della rivista “Limes” datata 1994 dedicata alla condizione geopolitica degli stati arabi toccati dal mediterraneo, una connotazione che  gran parte del mondo arabo, come abbiamo visto recentemente, sta cercando di rovesciare con esiti ancora oscuri agli occhi dei nostri più attenti indovini.

I fatti accaduti in Egitto, Algeria, Tunisia, Libia e più recentemente anche in Siria e nello Yemen, di cui siamo per la maggior parte sorpresi spettatori, rientrano sotto il nome di “Primavera araba”. Molte sono le domande sull’origine e sulla diffusione di questo risveglio sociale e altrettante le risposte, ma ciò su cui bisogna soffermarsi è il ruolo che hanno giocato i social media, costituenti una sorta di “albero virtuale”, nella nascita e nello sviluppo di questa “primavera araba”.

Secondo alcuni, i social media, cappeggiati da televisione e social networks, sono stati davvero fondamentali nella diffusione di questo movimento. Primo fra tutti Wael Ghonim, manager egiziano di Google, imprigionato a causa della sua partecipazione alle manifestazioni di Piazza Tahrir. Come ci racconta Luca dello Iacovo ne “Il sole 24 ore” del 25/04/11, al momento della sua liberazione, Ghonim dichiara ai microfoni della CNN che questa è una rivoluzione di Internet e che la chiamerà “ rivoluzione 2.0”.

Senza concedere troppi meriti ai social media, si può però sicuramente dire che  televisione e simili hanno avuto il merito di diffondere idee e di avvicinare tantissime coscienze individuali divise da enormi distanze chilometriche, permettendo loro di condividere pensieri ed esperienze, che hanno permesso di superare rapidamente le barriere che si frapponevano tra i singoli, evitando anche, nel caso specifico dei social networks, la maggior parte delle censure imposte dai vari governi “autoritari”.

E tuttavia innegabile che hanno avuto il grande merito di aver velocizzato la comunicazione e quindi di aver reso più efficaci le manifestazioni popolari, ma  il fenomeno ha radici molto più profonde. L’ésprit de la révolution, come lo definirebbe qualche nostro nostalgico vicino, non si è materializzato virtualmente su qualche schermo; esso era già latente nella coscienza comune del popolo arabo, un popolo unito al di là dei confini nazionali da una comune cultura, da simili tradizioni e dallo stesso sentimento religioso.

La “Primavera araba”, quindi nasce dal desiderio di rivalsa di milioni di persone, stanche della propria condizione sociale, che hanno saputo usare questi “nuovi” prodotti della tecnologia, spesso osannata dai rispettivi leader politici, per rafforzare la loro lotta e i loro ideali e per non far spegnere, ancora una volta, quei piccoli focolai puntualmente insabbiati dai propri governi.

Federico Zenari

26 marzo 2012

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