Costa Concordia: scatti di vita di fronte alla morte

Forse cominciò tutto quel lontano 30 gennaio 2002 con il delitto di Cogne. Per la prima volta un caso di omicidio diventa oggetto di un’attenzione, quasi morbosa, da parte dei media e dei telespettatori. Per la prima volta, ancora oggi accade, turisti o passanti si recano davanti alla villetta di Montroz, frazione di Cogne, dove fu trovato morto un bambino di tre anni, Samuele Lorenzi, per scattarsi una foto “ricordo” davanti al luogo del delitto.

Nel corso degli anni abbiamo assistito a casi molto simili a questo dove fatti di cronaca nera sono diventati un reality show, nel quale ad ogni puntata si aspetta di scoprire un altro macabro ma “interessantissimo” dettaglio dell’omicidio. I personaggi legati a queste vicende, sia nel bene che nel male non diventano più dei semplici indagati, omicidi, testimoni, avvocati, ma degli attori pronti a recitare la loro parte in televisione, compromettendo così lo svolgersi delle indagini e dei processi: dal caso Melania Rea, a quello Scazzi, passando per quello di Cogne per arrivare all’uccisione di Yara Gambirasio e finire con il disastro della Costa Concordia. Cosa lega tutti questi avvenimenti?
Persone che cercano di farsi immortalare davanti ai luoghi dei delitti o delle grandi catastrofi con un gran sorriso e talvolta gesti di vittoria solo per poter dire: “vedi sono stato lì dove è successo quel fattaccio”. Questo è il risultato del decadimento sociale, culturale e giornalistico che ha avuto luogo in questi anni e che ha prodotto uomini e donne che non sanno più cosa sia il rispetto nei confronti di chi è vittima di una tragedia, di giornalisti che non sanno più informare, raccontare o esporre i fatti, ma cercano solo l’elemento in grado di attrarre l’attenzione perché violento e d’impatto, e di cittadini che ironizzano su ogni cosa ed inventano allegre canzoni dedicate a Capitan Schettino.
Nelle altre nazioni se fosse avvenuta una tragedia come quella della Costa Concordia difficilmente avremmo visto persone più interessate a farsi fare la foto con sullo sfondo la nave in fase di inabissamento, con ancora, molto probabilmente dei corpi dentro…  
La soluzione è sempre la stessa, promuovere la formazione non solo nelle scuole ma anche in ambito lavorativo, non basta assumere giornalisti o comandanti con le giuste credenziali per svolgere il loro lavoro, serve un costante aggiornamento, una filosofia lavorativa che miri a migliorare la persona in ogni aspetto del vivere. Se ciò fosse già realtà forse non assisteremmo a persone che si fanno fare la foto davanti al garage di zio Michele ad Avetrana, a Capitani che vanno fuori rotta per fare un saluto all’isola o giornalisti che pensano di vivere in un reality show. La cosa positiva è che questa speranza non è un’utopia perché in molti altri paesi è già realtà.

Enrico Ferdinandi

19 gennaio 2012

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