Nigeria: continua la violenza di Boko Haram

Nigeria: continua la violenza di Boko Haram

Nigeria profughiSono ormai ottomila i nigeriani che da maggio, per sfuggire alle violenze continue nel nord del Paese, hanno deciso di passare il confine con il Camerun. Intere famiglie che abbandonano le proprie case nelle regioni settentrionali di Adamawa, Yobe e Borno, zone purtroppo note per sequestri e massacri, trovando una prima accoglienza presso le comunità locali che non sono però in grado di sostenere questa emergenza. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (World Food Programme) da giugno offre assistenza a questa nuova ondata di rifugiati — nonostante le instabili condizioni di sicurezza e le difficoltà logistiche — perché, come dichiarato da Jacques Roy (rappresentante del WFP in Camerun), «le comunità locali hanno aiutato quanto più possibile, ma questi rifugiati hanno un disperato bisogno di cibo e di altri beni di necessità. Abbiamo riscontrato preoccupanti livelli di malnutrizione, soprattutto tra i bambini. Affrontare questi bisogni è una priorità per il WFP e i suoi partner umanitari». Quasi settemilacinquecento persone sono state raggiunte con una prima serie di distribuzioni ma il Camerun ospitava rifugiati nigeriani nel campo di Minawao e presso le comunità locali anche prima di questo recente sfollamento. Secondo l’UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, sarebbero almeno seicentocinquantamila le persone fuggite dalla zona nord-orientale della Nigeria e il timore è che il numero dei rifugiati sia in continuo aumento.

È proprio qui al nord, zona in prevalenza cristiana, che i guerriglieri di Boko Haram, il «Gruppo della Gente della Sunna per la propaganda religiosa e la Jahad», semina terrore e violenza dal 2009, effettuando rapimenti, uccisioni, facendo attentati agli enti pubblici, ai militari, alla polizia, incendiando case, scuole e chiese. Non ci si deve dimenticare che sempre in questa regione sono state rapite, da ormai tre mesi, le studentesse, delle quali duecentodiciannove ancora trattenute, forse vendute per sfruttamento sessuale o matrimoni forzati, come il leader integralista Abubakar Shekau aveva detto nel video diffuso il 5 maggio: «Ho preso le vostre figlie per farne delle schiave». Il mese scorso la lista delle persone sequestrate dai terroristi si è allungata: a Kummabza, un piccolo villaggio a centocinquanta chilometri dal capoluogo dello Stato del Borno, sono state rapite novanta persone, mentre sarebbero una ventina le donne prese presso l’accampamento nomade di Garkin Fulani. Delle novanta persone prelevate con la forza a Kummabza, una sessantina sono donne (una parte era riuscita a fuggire approfittando del fatto che i militanti del gruppo islamista erano impegnati in uno scontro armato con i soldati nigeriani, anche se sembrerebbe che quarantacinque siano state nuovamente catturate) mentre una trentina sono maschi. Intere famiglie sono state prelevate, non solo mamme con le figlie ma anche bambini e ragazzini dai tre ai quindici anni, lasciando solo vecchi e malati, dopo aver bruciato le case e razziato il cibo. Non solo femmine ma ragazzi maschi questa volta, forse per arruolamenti forzati. La strategia di Boko Haram è infatti quella di colpire le scuole e chi le frequenta cioè i giovani, per tenere in questo modo il popolo nell’ignoranza e quindi schiavo. Infatti la traduzione di Boko Haram è «l’educazione occidentale è peccato».

Ai rapimenti di massa nei villaggi, si aggiungono le bombe nelle città: a inizio giugno un attentato ha causato più di cinquecento morti mentre è di ventuno morti e diciassette feriti la conseguenza dell’esplosione nel centro commerciale di Abuja, capitale nigeriana, attentato compiuto con una bomba all’interno dell’Emab Plaza, vicino alla sede del governo.

L’odio verso lo stile di vita occidentale non risparmia nemmeno i tifosi da calcio, da tempo nel mirino dell’organizzazione estremista. A Damaturu, nello stato di Yobe, un attentatore suicida si è fatto esplodere mentre un gruppo di appassionati seguiva la partita la partita Brasile–Messico su un maxi schermo all’aperto, causando la morte di tredici persone e il ferimento di altre venti. Per questo motivo trenta giornalisti nigeriani, presenti alla partita Nigeria–Bosnia ed Erzegovina, hanno indossato delle magliette con la scritta «World united against Boko Haram» (il mondo unito contro Boko Haram).

Questo gruppo integralista, fondato nel 2002 con lo scopo di creare uno stato islamico nel nord della Nigeria, è stato praticamente inoffensivo fino al 2009, anno nel quale hanno iniziato a colpire obiettivi cristiani, intensificando di anno in anno i loro attacchi, accanendosi ora non solo contro i cristiani ma anche contro i musulmani moderati. In cinque anni sono stati uccisi più di diecimila civili, tra cui donne e bambini. Solamente dall’inizio di quest’anno sono almeno duemila i morti dovuti ai loro attacchi e attentati. Boko Haram ormai sembra agire indisturbato. Le ragioni, oltre alle opposizioni religiose, sono da cercarsi nei problemi che rendono la Nigeria una facile preda: fame, disoccupazione, corruzione politica e dell’esercito, sfruttamento delle terre e del petrolio (la Nigerian National Petroleum Corporation, compagnia petrolifera nazionale, fallita nel 2010 e salvata con finanziamenti cinesi e delle compagnie straniere che estraggono petrolio nigeriano nel Delta del Niger, è accusata di corruzione).

La paura cresce, come la preoccupazione per la sicurezza del Paese. Lo stesso emiro di Zamfara, Atthiru Muhammad, ha voluto esprimersi contro l’estremismo di questo gruppo, definendolo «una setta assolutamente in-musulmana» e non una comunità musulmana. La speranza è che la mobilitazione internazionale innescata dalla campagna #BringBackOurGirls non si fermi e che il mondo sia veramente unito contro Boko Haram.

Paola Mattavelli
16 luglio 2014

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