Start Up tra miti e delusioni. Briatore lapidario alla Bocconi

Start Up tra miti e delusioni. Briatore lapidario alla Bocconi

Come emergere in un mercato sempre più complesso? La risposta ce la danno le belle idee, le idee innovative, molto spesso idee semplici. Naturalmente, nell’era di internet, a dominare sono le idee tecno-friendly, i gruppi di condivisione sociale e le internet-ideas, ma anche di business offline ci sono degli esempi lampanti, basta guardare il caso i Oscar Farinetti con la sua Eataly.

Tuttavia protagonisti assoluti dell’economia mondiale, sono proprio le startup filo-tecnologiche i cui introiti e risultati annientano investimenti equivalenti nelle aree non informatiche.

Basta nominare Zalando, Dropbox o Spotify per accendere in ognuno di noi un nome perlomeno familiare, sicuramente già ascoltato. Ed ecco che dalla scrivania della propria abitazione, queste startup,  in tempi brevi si sono trasferite in uffici mastodontici di 30 piani, un caso?

L’era di internet consente di creare qualcosa di geniale partendo solo ed esclusivamente da pure e semplici idee. Se si hanno le competenze  tecniche,  l’investimento è puramente in risorse umane e trovare partner in grado di condividere e appoggiare il progetto non è facile, ma nemmeno impossibile. Ecco che, così, liberi dalla schiavitù del grosso investimento iniziale ci si ritrova con prodotti incredibili in grado di esplodere nel mercato. Basta poi quel pizzico di fortuna nella diffusione, qualche saggia scelta nel marketing e “booom” le start-up divengono una vera bomba economica.

Il Wall Street Journal ha stilato un’interessante lista delle Start Up “più preziose del mondo. Da Xiamoi, nuova leader per gli smartphone in china, a Dropbox, il titano della condivisione remota di file e documenti, passando per Palantir, leader dei servizi informatici, attraverso Zalando ed anche Spotify – rispettivamente quinto e settimo – come anche Pintrest, ottavo.

Grandi risultati nati il più delle volte a livello casalingo dominano ora le nostre giornate. Se è dunque vero che per crescere ogni azienda ha bisogno del suo tempo, il nuovo concetto e i nuovi risultati trasmessi dalle Start Up digitali sono oggi protagonisti della speranza per i più ambiziosi.

Certo però bisogna precisare  una cosa: il termine start up nel linguaggio comune si è vestito di un’aurea brillante, dinamica, cool possiamo dire, che disegna un business innovativo, giovane e rivolto al futuro, e se prendiamo come esempi i modelli prima esposti come si può non essere d’accordo! Tuttavia se scendiamo meglio nel dettaglio, possiamo riconoscere che le start up sono “cose” bellissime, ma molto fragili e soprattutto hanno un elevato tasso di mortalità, se volgiamo poi stringere ancora sul mondo del digitale dobbiamo riconoscere che l’immaginario collettivo in questo caso ha in più  vizio di percepire il business online più come una scorciatoia che un’alternativa e questo è terrificante, non solo perché i numeri ci dicono che tra le migliaia di imprese digitali solo poche producono un attivo (specialmente i negozi online), ma soprattutto perché l’impegno richiesto è addirittura superiore.

Flabio-Briatore-Start-upIl 7 maggio Flavio Briatore è stato professore per una sera alla Bocconi di Milano, e ha parlato proprio di start  up e lo ha fatto in termini di “fuffa” uno su 100 ce la fa e ha invitato la platea presente, composta soprattutto da giovani,  a fare un lavoro normale “magari apritevi un pizzeria” dice ai  presenti, “la realtà – aggiunge – è che usciti da queste aule non ci sono tutte queste opportunità, allora io dico fate dei lavori normali, quello che manca è il lavoro normale, anche il lavoro manuale, quello manca, qui non trovi nessuno, cominciate così e poi andate avanti”

Quindi dietro queste splendide storie di successi che fanno tanto clamore ci sono tantissimi casi di fallimenti che vengono taciuti e l’effetto che si ha è quello di alimentare un mito che nella maggior parte dei casi porta solo a grandi delusioni. Forse Briatore è stato un po’ troppo “crudo” nel presentare la realtà, ma per sfatare i miti, soprattutto in un tempo di crisi, un po’ di “crudezza non fa male”. Di Oscar Farinetti ce ne sono pochi e di Jeff Bezos ancora meno, essere bravi non basta, ci vuole qualcosa di più.

di Redazione

12 maggio 2014

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