Giustizia 2.0

Smontato il baraccone mediatico resta un vuoto nel paesotto di provincia che tanto ha mangiato sull’evento internazionale e sulla “fortuna” che l’ha baciato per ben 4 anni. Resta poco. Resta nulla o quasi a compensare quel teatrino che ogni volta, mese dopo mese, udienza dopo udienza, si allestiva nella piazza in pieno centro. Restano le chiacchiere da bar, i giudizi della gente. Rimane l’immagine di una casa-simulacro che da sola determina un intero quartiere: “ci vediamo da Meredith”, “parcheggiamo da Meredith”, “passa da Meredith!”…”Meredith” sta per “Via della Pergola”, ma la casa è lì e la Pergola è quasi sparita da ogni toponimo mentale. Rimangono loro, la vittima e la casa, segni e ricordi indelebili di una faccenda tanto chiacchierata quanto stucchevole, troppe e troppe volte sulla bocca della gente e sulla carta dei giornali da far venire quasi repulsione, ribrezzo…

Eppure eccoci qua, anche noi! Parole sul web che tentano ancora una volta di spiegare (ma sarebbe meglio dire capire) quello che è successo e soprattutto il perché. Capire il motivo di tanta ferocia, di tanta notorietà, di tanta attenzione, comprendere quello spasmodico bisogno di spiare le azioni più intime e insignificanti dei protagonisti: il balletto, la canzoncina, un cancello che si apre, una maglietta, un bracciale. Un gioco al massacro che fa perdere la concezione del tempo e dello spazio, ancor prima che quello della misura! Un’ostentazione del particolare che lascia storditi e poi assuefatti…e il bisogno di notizie cresce, divora, mangia qualunque cosa si trovi attorno: palazzi che crollano, operai che muoiono, declassamenti, crisi, disoccupazione tutto è fagocitato – e obliato – dal baraccone che si auto-rigenera nell’ansia della notizia. Ossessione del particolare: ancora e ancora si devono addurre prove mediatiche che inchiodino non i presunti colpevoli, ma il (presunto innocente) spettatore.

E in mezzo a tutto ciò la giustizia del tribunale, un piccolo puntino all’orizzonte, offuscato dal polverone delle troupe televisive che si accalcano, affannose, davanti al portone per spiare dal consueto buco della serratura, come maniaci di uno squallido voyeurismo. Una giustizia in ogni caso stuprata, tradita, declassata a giustizia di serie B, C o D. Quella di alto borgo si fa nei salotti televisivi naturalmente, ben illuminata, ben truccata col “ditino” ben lesto a indicare il colpevole, questa o quella prova, il bene e il male. Giustizia: ce ne dovrebbe essere una, che condanna il colpevole e scagiona l’innocente (e che dovrebbe tentare di appurare la verità). Dovrebbe essere una, ma non può essere certa né, tantomeno, immediata. Vi si può rimediare però…a volte. Noi, non troviamo cosa migliore che farci spiegare la giustizia dagli “altri”, dagli innocentisti, dai colpevolisti, dai neutrali, dai tifosi da stadio…gli innocentisti che nel loro piccolo addormentano i colpevoli per una semplice testimonianza che dice “sì, è lui”: e via, sul letto, con una piccola iniezione, indolore, per essere “clementi” e non far soffrire…salvo poi scoprire che forse si è “toppato” alla grande…ma pace!

I colpevolisti che fanno più caso al presunto colpevole che non alla vittima, sangue del loro stesso sangue, trasformata quasi in format televisivo.

Lo stadio, la folla di craxiana memoria, ad incitare e insultare, invocare e spingere a ricordare bene a tutti che anche loro vogliono “giustizia”. Vogliono avere una parte nell’odioso teatrino della celebrità di paese e se non si può avere la “fortuna” di essere quelli là, gli imputati famosi, sempre belli e sempre perfetti nei loro primi piani, ci si deve accontentare di stare al di là della barricata: per farsi sentire tanto vale fare gruppo e gridare la propria verità. “Bastardi”, “vergogna”, “morite” rivolti chissà a chi: ai giudici, agli imputati, agli avvocati, ai Pm, a loro stessi, ai giornalisti…ognuno di loro, di noi, è stato bastardo sin dal primo momento in fin dei conti: dal giorno in cui dette dell’assassino al malcapitato di turno, o nel giorno in cui si sentì realizzato nella sentenza di primo grado. Nel secondo in cui passò disinvolto come un modello davanti alle telecamere, con fare pensoso e profondo. Nell’istante in cui disse “che schifo” alla lettura dell’assoluzione. Loro, noi, io per primo magari.

Questa non è giustizia, questo è spettacolo puro e semplice ed il fatto che le due cose coincidano rende tutto meno certo, meno diretto, troppo filtrato dai canoni televisivi “spettacolarizzati”.

Abbiamo vissuto molto tempo con la storia della giustizia che entra nella politica e la modifica, la rovescia, la atterrisce…o almeno ci prova. Ora una pletora di buffoni di corte entra nella giustizia e nessuno dice nulla. Il politicante che fa regalini all’imputata dopo l’assoluzione e se ne vanta col sorrisetto di chi, sempre in tiro come nel primo giorno di scuola, deve per forza di cose esistere come comparsa – altrimenti dove li va a prendere i voti? – o come giullare di tutta la corte al cospetto del “Dio pubblico”: telecamere accese e via, trucco, parrucco, doppiopetto d’ordinanza e qualche frasetta di circostanza per addolcire l’elettorato locale e far quella figura che, per essere bella e buona, avrebbe bisogno di altre parole – magari di qualche azione – vere, sincere e senza tanti fronzoli. I fatti e solo i fatti dovrebbero valere in questa società che invece tanto adula chi si fa vedere, riconoscere, amare e ammicca seducente all’obiettivo. Vale per la politica, vale per lo spettacolo. Vale, oggi, anche per la giustizia dove gli imputati vengono “scannerizzati” attraverso una lente che, spesso, altro non vuole se non cogliere il particolare, senza ricordarsi il contesto, il “tutto”: quel tutto si chiama Meredith. E ce ne siamo dimenticati. Degli imputati, statene certi, non ce ne dimenticheremo.

La storiella durata 4 lunghi anni non va in archivio ma passa, ormai, ad un livello successivo. C’era una ragazza inglese che non c’è più. Ci sono un ivoriano, un’americana e un italiano: sembra una barzelletta e forse, per certi versi, lo è stata o lo diventerà con le mirabolanti imprese dei neo-divi, aldilà e al di qua dell’oceano. Quei tre ragazzi avevano vite differenti, hanno avuto un passato in comune e ora torneranno ad essere diversi nel futuro e nelle prospettive. Galera, States, mare…tre differenze – velate di discriminazione – che lasciano perplessi. Ma senza prove non si va in galera, come non si ha una sentenza di morte – anche se qualcuno aggira questo piccolo “cavillo burocratico” salvo poi dare lezioni di diritto…

Ci sono un ivoriano, un’americana e un italiano. C’era una povera inglese. Tutto attorno è solo spettacolo e celebrazione per ossequiare il pubblico, re e Dio indiscusso del quotidiano squallore televisivo. La giustizia è buttata là in mezzo. Partecipata, sviscerata, spiata, discussa e contraddetta. Rovistando nella TV troveremmo una nuova versione di giudizio, una giustizia 2.0 che rischia di essere, invece che una nuova visionaria invenzione della modernità, un flop clamoroso sotto l’aspetto etico, morale e sociale in generale.

 

di Luca Bolli

 

7 ottobre 2011

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