Più università, più produttività: la sfida lanciata da Panetta
Investire nel futuro: giovani, innovazione e capitale umano. È questo il titolo dell’intervento del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2025/2026 dell’Università degli Studi di Messina.
Nel suo discorso, Panetta ha tracciato un bilancio dell’economia italiana negli ultimi anni, sottolineando una capacità di adattamento che ha sorpreso molti osservatori. «Nel quinquennio 2020-2024 – ha ricordato – anche con il sostegno della politica fiscale, l’economia italiana ha registrato ritmi di crescita superiori a quelli del decennio precedente e in linea con la media dell’area dell’euro. L’occupazione ha oggi raggiunto i livelli più alti di sempre e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è aumentato in misura significativa».
Le prospettive future, tuttavia, appaiono meno incoraggianti. «La crescita si è recentemente indebolita, come in altri Paesi europei», ha ammesso il governatore, un’analisi condivisa anche da S&P Global durante la sua conferenza annuale. Secondo l’agenzia di rating, nel 2026 il PIL italiano crescerà dello 0,8%, a fronte dell’1,2% previsto per l’area euro, dopo il +0,5% stimato per il 2025. Le previsioni restano modeste anche nel medio periodo: +0,9% nel 2027 e +0,8% nel 2028, contro tassi di crescita dell’Eurozona pari rispettivamente all’1,4% e all’1,5%. Un divario che evidenzia non solo la debolezza strutturale del Paese, ma anche un ulteriore rallentamento nel 2028, in controtendenza rispetto agli altri partner europei.
Panetta ha ricondotto questo scenario a due principali “freni alla crescita”: la stagnazione della produttività e il basso livello di innovazione. Debolezze che si riflettono sui redditi e sui salari, limitando le opportunità soprattutto per giovani e donne. «Dal 2000 – ha sottolineato – i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia». A pesare è stato in modo particolare lo shock inflazionistico legato alla crisi energetica: oggi i prezzi al consumo sono più alti del 20% rispetto al 2019, mentre le retribuzioni nominali sono cresciute solo del 12%, con una perdita reale di 8 punti percentuali. Una dinamica che, negli altri principali Paesi europei, è stata in larga parte riassorbita.
In Italia, però, la politica fiscale e la crescita dell’occupazione hanno contribuito ad attenuare l’impatto sull’economia delle famiglie. «Dal 2021 – ha spiegato Panetta – gli sgravi fiscali, soprattutto a favore dei redditi medio-bassi, hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali, riducendo la perdita reale a 3 punti». L’aumento del numero di percettori di reddito da lavoro, insieme ai trasferimenti pubblici, ha consentito al reddito reale disponibile delle famiglie di tornare sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.
Ampio spazio è stato dedicato anche al tema dell’istruzione. L’Italia, ha ricordato il governatore, è il Paese europeo che investe meno in questo settore: la spesa pubblica per l’istruzione è inferiore al 4% del PIL, con un sottofinanziamento particolarmente evidente nel comparto universitario. Una criticità che alimenta il fenomeno della “fuga dei cervelli”: sempre più giovani laureati scelgono di trasferirsi all’estero, attratti da migliori opportunità professionali e retributive. In Germania, ad esempio, un giovane laureato guadagna in media l’80% in più rispetto a un coetaneo italiano; il differenziale con la Francia è di circa il 30%.
Non poteva mancare un riferimento al nodo demografico, definito da Panetta uno dei problemi più gravi per il futuro del Paese. «Entro il 2050 – ha avvertito – l’Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa». Anche ipotizzando un ulteriore aumento della partecipazione al mercato del lavoro, l’Istat stima una riduzione delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. Senza un’adeguata crescita della produttività, questo squilibrio si tradurrà inevitabilmente in una contrazione del PIL e del benessere complessivo. Il vincolo demografico, ha spiegato il governatore, va affrontato su più piani: aumentando l’occupazione femminile e giovanile, promuovendo una gestione attenta dell’immigrazione regolare e governando le conseguenze economiche e sociali dell’invecchiamento della popolazione. La bassa natalità, ha ricordato citando il Presidente della Repubblica, solleva interrogativi profondi sul modello di società ed economia che l’Italia intende costruire nel lungo periodo.
In questo contesto, l’Università assume un ruolo centrale. Per Panetta, colmare il divario con le altre grandi economie richiede un deciso investimento in innovazione e capitale umano. Le università e gli enti di ricerca italiani, ha osservato, vantano già risultati di rilievo: negli ultimi quindici anni la produzione scientifica nazionale è cresciuta in modo significativo e quella di maggiore qualità, misurata dal numero di citazioni internazionali, supera oggi quella francese ed è vicina a quella tedesca. Il vero punto debole resta però la capacità di trasformare la ricerca in innovazione concreta: processi produttivi, brevetti, beni e servizi competitivi. Un obiettivo che passa dal rafforzamento del legame tra conoscenza scientifica e competenze tecniche, perché «solo in presenza di una forza lavoro adeguatamente preparata il progresso tecnologico può tradursi in un aumento duraturo della produttività».
Il messaggio finale è chiaro: investire nella formazione dei giovani non è una spesa, ma un investimento ad alto rendimento per l’intera società. I dati lo confermano: i Paesi che migliorano più rapidamente il livello di istruzione registrano tassi di crescita più elevati e uno sviluppo territoriale più solido. Una lezione che l’Italia, secondo Panetta, non può più permettersi di rimandare.




