Che fine ha fatto il processo democratico? La chiave è il paradosso di Condorcet
Sempre più processi elettorali vengono definiti “farsa”. Dal caso moldavo in cui il dibattito si era acceso intorno alle ingerenze esterne, fino alla Bielorussia di Lukashenko, vicinissima a Mosca o all’Ungheria di Orban. Basta uscire dagli esempi internazionali per rendersi conto che non riguarda solo realtà autocratiche come la Russia di Putin, ha a che fare con un “difettuccio” della politica contemporanea.
Anche quando il processo di voto è completamente regolare il dubbio è che ci sia qualche meccanismo che non funziona proprio all’interno dell’impianto politico liberale. Ma se il voto non convince più è perchè semplicemente ci sono più informazioni a disposizione sul tema (probabile), oppure, è il voto a non valere più come prima?
Che è in atto una degenerazione del modello democratico è una realtà. I segnali vanno dal sentimento diffuso di sfiducia nei confronti dei partiti, elitè chiuse e autoreferenziali, piuttosto che gruppi vicini agli interessi del popolo, alla disparità di potere nell’influenzare le decisioni politiche a causa di lobby o multinazionali che spingono temi più di altri. A ciò si aggiunge la percezione della democrazia, come il potere del popolo, ma non di tutto il popolo.
Cos’è il paradosso di Condorcet?
Ma esiste una spiegazione se la democrazia è sempre meno democrazia e se i processi elettorali ne sono il sintomo più evidente. Si chiama paradosso di Condorcet, un risultato della teoria delle scelte sociali, specchio della complessità sociale attuale.
Due secoli fa un marchese francese, Nicolas de Condorcet, dimostrò che elettori razionali chiamati a scegliere tra più opzioni, secondo un sistema di maggioranza, producono scelte collettive irrazionali. Non esiste una scelta vincente in assoluto. Se la volontà collettiva dipende dall’aggregazione di più risposte razionali individuali, essa cambierà a seconda dell’ordine in cui vengono presentate le alternative. Tradotto: non è necessario falsificare i voti per alterare un processo elettorale, basta stabilire quali domande vengono poste e in che forma.
Nel caso moldavo, per esempio, la campagna elettorale è stata raccontata come un aut aut: “Europa o Russia”. Ma la maggior parte della popolazione avrebbe preferito una via intermedia — la neutralità — che però non è mai davvero entrata in gioco. Così, la scelta “libera” dei cittadini avviene tra guardrail sempre più ristretti, dove l’esito è praticamente determinato in partenza.
Il vero potere è in mano a chi decide l’agenda. Chi la controlla, controlla la democrazia: media, partiti dominanti e algoritmi definiscono temi, formulano domande e amplificano o oscurano narrazioni.
Dalla Brexit alle elezioni americane del 2016
L’illusione della volontà generale accresce il senso di impotenza e di capacità di impatto degli elettori. Lo si è visto anche nei due simboli più discussi della crisi democratica contemporanea: Brexit e l’elezione di Donald Trump. Nel referendum britannico del 2016, la domanda politica è stata ridotta a restare o uscire dall’Unione Europea. In realtà, le preferenze dell’elettorato erano più articolate e molti avrebbero scelto una “terza via” più soft. Tuttavia quella possibilità non è era stata messa sul tavolo.
Stesso meccanismo nelle primarie repubblicane del 2016, quando Donald Trump vinse pur non essendo il candidato preferito dalla maggioranza assoluta degli elettori del partito. In un sistema diretto — “uno contro uno” — sarebbe stato sconfitto da quasi tutti gli altri contendenti. A regalargli la vittoria fu proprio l’architettura della scelta e la frammentazione delle candidature.
In entrambi i casi, il paradosso di Condorcet ha avuto la meglio e il voto è rimasto come espediente di legittimazione del sistema più che come atto decisionale. Questo è l’effetto placebo democratico, il voto solo un simulacro vuoto che ci dà l’illusione del controllo della scelta. Allora cosa votiamo a fare ancora?
Allora che senso ha votare?
A rispondere è stato il premio Nobel per l’economia, Kenneth Arrow, con un’altra teoria, quella dell’impossibilità. Dice l’economista a riguardo: «È impossibile costruire un meccanismo di scelta sociale che soddisfi tutte le condizioni che riterremmo ragionevoli per un processo decisionale democratico, equo e razionale». Insomma la democrazia è intrinsecamente imperfetta. Nessun sistema di scelta collettiva può essere al 100% coerente e giusto. Le preferenze umane sono mutevoli e spesso contraddittorie e la società non pensa come un singolo individuo.
Se è plausibile pensare che la democrazia attuale sussiste proprio grazie a gesti di sorveglianza e ritualità più che a reali momenti di decisione, si può anche comprendere che non voteremo mai in un sistema perfetto, e che il voto, comunque, resta l’unico modo per decidere insieme, sapendo che nessuna decisione è mai definitiva.




