I femminicidi di Sara e Ilaria: lo stato della misoginia italiana
Negli ultimi giorni abbiamo assistito all’ennesima notizia che ci suscita rabbia e una voglia ossessiva di conoscere ogni dettaglio sull’accaduto: ben due femminicidi a stretto giro, quelli di Sara Campanella e Ilaria Sula. Entrambe studentesse, entrambe uccise, accoltellate da uomini.
Non sarà questo l’articolo di cronaca nera che si cerca subito, appena si scopre un fatto del genere, quasi ad alimentare l’angoscia, per discuterne anche con altri.
Questo perché, alla fine, è una storia che già conosciamo, perché l’abbiamo imparata con il tempo, sentiamo notizie di femminicidi da quando siamo al mondo.
Tutto parte sempre dall’ossessione di un uomo nei confronti di una donna, la sua fidanzata, sua moglie o anche semplicemente una sconosciuta. Molto spesso c’è un rifiuto o una lite, che fa scattare l’impulso (o l’idea premeditata): “Io ora la ammazzo”. Nel pensiero stesso di uccidere c’è un senso di autorizzazione ad agire, che ha origini remote.
Per un qualche motivo, forse per via di una storica svalutazione e oggettificazione della donna, l’uomo ha sempre creduto di avere il diritto di prenderla, toccarla, palpeggiarla, baciarla, farsela, possederla. A quanto pare anche ucciderla.
Ora, non siamo criminologi e non conosciamo tutti i meccanismi, le devianze e i processi psico-emotivi che spingono, alimentano e susseguono al femminicidio.
Ma il modo in cui quello che all’inizio sembra amore o anche semplicemente attrazione per una donna si trasforma in odio e desiderio di morte è raccapricciante. E spesso basta un rifiuto, un “no”, la più sacra espressione della libertà individuale, per scatenare una frustrazione (vergogna? sentimento di piccolezza?) tale da portare a una scelta fatale: picchiarla a morte, strangolarla, soffocarla, accoltellarla.
Forse il fatto stesso di amare una donna è vissuto come un problema a cui porre fine.
Non tutti gli uomini, ma sempre uomini è uno slogan potente, perché siamo ad aprile e dall’inizio dell’anno, sono state uccise 11 donne in Italia. La media è 150 e chi ci dice che non verrà raggiunta o persino superata?
Tutto ciò è una dimostrazione di come il nostro sia un paese che non si smentisce mai, in cui regna ancora la misoginia. Ed è una misoginia che viene dal basso così come dall’alto delle istituzioni. Si fa poi strada orizzontalmente, sia nella vita reale che virtuale (pensiamo alla capillarità della sottocultura incel e alla manosfera, come anche Adolescence ci ha illustrato), perché non vengono poste barriere abbastanza forti da arrestarla.
Se solo le denunce non andassero a vuoto e si potesse estirpare il problema dalla radice, ci sarebbe equilibrio. Se solo si potesse porre fine a questa patologia sociale con la stessa rapidità con cui un uomo tronca la vita di una donna, vivremmo in un altro mondo.




