No alle etichette anti-Shrinkflation: aperta una procedura di infrazione contro l’Italia.
Lo scorso mercoledì 12 marzo, la Commissione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia a causa della recente normativa sull’etichettamento dei prodotti alimentari.
Per comprendere meglio il contesto, però, ripartiamo dall’inizio.
Crisi economica e amento dei prezzi
Che le industrie italiane stiano affrontando un periodo di difficoltà non è certo una novità: l’aumento vertiginoso dei costi dell’energia è stato solo l’ultimo di una lunga serie di fattori che hanno messo in ginocchio il settore produttivo del Paese.
Per far fronte a questo problema molte aziende italiane hanno cercato soluzioni alternative per non alzare in modo evidente il prezzo dei prodotti. Tra queste sempre più diffusa è la shrinkflation.
Per chi se lo stesse chiedendo la shrinkflation, letteralmente “riporzionamento”, è una strategia commerciale che consiste nel ridurre la quantità di prodotto offerta a fronte di un prezzo invariato. In pratica, le aziende diminuiscono la quantità di prodotto nei loro imballaggi (che rimangono pressoché identici), mantenendo però inalterato il prezzo di vendita.
L’obiettivo delle aziende sembrerebbe allora quello di “illudere” il consumatore di non aver rincarato i
prezzi in un periodo di inflazione generale.
Soluzioni del governo e risposta dell’Europa
A questo proposito, il governo Meloni era stato tra i primi in Europa a pensare a misure in grado di arginare il problema arrivando a rendere obbligatoria un’etichetta per indicare le confezioni colpite .
Proprio questo provvedimento, però, ha portato l’unione Europea a sollevare delle obiezioni, accusando l’esecutivo italiano di aver violato norme europee sulla libera circolazione delle merci nello Spazio Unico. Secondo l’UE tale sistema rappresenta un ostacolo interno che rischia di compromettere la
circolazione delle merci.
Lo scorso mercoledì la Commissione Europea ha quindi avviato una procedura di infrazione.
Bruxelles, che non nega l’importanza di informare i consumatori, ritiene però che le autorità italiane non abbiano fornito prove sufficienti in merito alla proporzionalità di questa misura ritenendo che esistano opzioni “meno restrittive”. Un esempio tra questi potrebbe essere la fornitura delle medesime informazioni in prossimità dei prodotti interessati e non sul singolo imballaggio.
Cosa deve fare ora l’Italia?
Con l’invio della lettera di costituzione in mora, l’Italia ha due mesi per rispondere e correggere le
carenze segnalate dalla Commissione. Se non rispetterà questa scadenza o non fornirà una risposta
soddisfacente, l’organo europeo potrebbe emettere un parere motivato, fissando una nuova
scadenza entro la quale l’Italia dovrà adeguarsi al diritto dell’Unione Europea.



