L’attentato a Trump ed il paradosso della democrazia violenta in USA
Sabato 13 luglio, l’ex Presidente USA Donald Trump è stato ferito all’orecchio destro mentre teneva un comizio, per via di una sparatoria: 8 colpi di arma da fuoco, probabilmente provenienti da 3 armi diverse.
Ma l’attentatore identificato è stato uno: un 20enne di nome Thomas Matthew Crooks.
Tentando di uccidere l’ex presidente, il giovane ha provocato una morte e due feriti ed è stato successivamente ucciso dai cecchini, mentre si trovava sul tetto di un edificio a 400 m dal palco del comizio.
Le reazioni umane e mediatiche all’accaduto hanno scatenato un vero e proprio boato, consentendo però anche la proliferazione di teorie complottistiche.
Tutti i riflettori sono puntati su Trump che, vista la sua ri-candidatura e salvezza, non può che compiacersi.
Il fatto: gli spari e la reazione di Trump
Durante l’ultimo comizio a Butler (Pennsylvania) prima della Convention di Milwaukee, gli spari diretti al tycoon Donald Trump scatenano cinque minuti di terrore. Dopo l’attacco, l’intervento repentino del Secret Service porta all’uccisione dell’attentatore.
Quando le scale per scendere dal palco ed il suv sono pronti, Trump può rialzarsi e mettersi in salvo. Subito si nota l’orecchio sanguinante.
Prima di andare, l’ex presidente ci tiene a ritrovare le scarpe, perse nella calca, così come a mandare un messaggio a tutti i suoi fan terrorizzati: alza il pugno in aria e grida “Fight!” diverse volte.
Un gesto che dovrebbe ricordare come Trump non abbia mai ripudiato la violenza, basti pensare a Capitol Hill.
Ma quando la violenza viene promossa, questa ritorna sempre, e gli eventi del 13 luglio ne sono la prova.
Il post-attentato: Melania e Biden
Dopo l’attentato, sono subito giunte le reazioni di Joe Biden e Melania Trump. Il primo ha ricordato che la violenza politica non può essere normalizzata, che la politica non può essere un campo di battaglia e infine che le decisioni si prendono nelle urne, con il voto, e non con le pallottole.
La moglie di Trump ha invece dichiarato che l’attentatore è un mostro che ha tentato di spegnere la passione di Donald.
Tanta solidarietà è giunta anche da altre figure di spicco, tra cui soprattutto Elon Musk, il quale ha persino dato il suo endorsement al candidato repubblicano, in vista delle elezioni di novembre.
Un aspetto che apre un mondo di riflessioni da fare sull’attentato a Trump.
Democrazia e violenza: verso le presidenziali 2024
Inutile dire che l’intero quadro si sta complicando con il passare delle ore. Basti pensare alla questione di Kimberly Cheatle, capa del Secret Service, accusata di aver fallito nella protezione di Trump.
Non solo, sono esplose le fake news e le teorie del complotto. E se dietro l’attentato ci fosse Biden? Se fosse colpa del Deep State? Se fosse tutta una montatura?
Qualsiasi sia la verità, due sono le riflessioni essenziali.
La prima è che nella democrazia statunitense vige un circolo vizioso paradossale: il secondo emendamento garantisce il diritto dei cittadini di possedere armi, i cittadini le usano, poi si condanna la violenza. Ma il popolo può comunque tenere le armi.
Non è corretto neanche fare ragionamenti riduttivi o qualunquisti, ma qui si assiste ad un serpente che si morde la coda, così come ad una democrazia che diventa sempre più demobellicismo.
La seconda è che, mentre qui si rimugina, Trump ce l’ha fatta un’altra volta: le elezioni sono alle porte ed è di nuovo al centro dell’attenzione.




