La battaglia di Julian Assange è anche la nostra
In questi giorni è in corso la sentenza per decidere la possibile estradizione di Julian Assange per trasferirlo dal Regno Unito, nel quale è attualmente detenuto nel carcere di Belmarsh dal 2019, agli Stati Uniti. Il giornalista australiano è stato caporedattore nonché principale punto di riferimento di Wikileaks; sito web di informazione nato nel 2006, con lo scopo di divulgare informazioni di carattere governativo, sociale e geopolitico, in forma anonima.
La bufera nasce nel 2010 con la pubblicazione di documenti segreti riguardanti la guerra in Afghanistan. Le notizie vennero rilanciate dai principali quotidiani internazionali e la reazione fu immediata: disapprovazione e scandalo nell’opinione pubblica. Ad emergere furono fatti incresciosi in merito all’uccisione di civili e l’occultamente di cadaveri, il presunto doppio gioco del Pakistan nella scacchiera delle alleanze e l’esistenza di una task force con l’ordine di uccidere i talebani senza alcun tipo di processo. Da quel momento Wikileaks e tutto il suo entourage venne censurato e messo sotto stretta osservazione e per Julian Assange iniziò uno dei momenti più tragici, non solo della sua vita, ma di tutto ciò che essa rappresenta: la libertà di stampa occidentale.
Julian Assange vive da ormai dodici anni privato della sua libertà e dignità: prima recluso tra quattro mura, in un’ambasciata dell’Ecuador, poi in un carcere di massima sicurezza inglese, dove attualmente detiene il primato di essere l’unico giornalista incarcerato in terra inglese, come fosse un pericoloso criminale o assassino. Se dovesse tornare negli Stati Uniti, (decisione in corso proprio in questi giorni) lo attenderebbe una pena esemplare e simbolica di 175 anni, nel silenzio degli stessi quotidiani che con ghiotta e avara fame non si fecero problemi a pubblicare quello che oggi può essere considerato uno dei più grandi scandali del governo statunitense.
Julian Assange è molto più di un uomo che lotta per la sua vita e i suoi ideali. E’ una bandiera che sventola per tutti coloro che hanno combattuto e combattono per i diritti che faticosamente ci vantiamo di sfoggiare a discapito di paesi ancora antidemocratici. Una libertà di stampa e di parola spesso usata come strumento di vanità e come pretesto per azioni autoreferenziali e talvolta egocentriche (l’occidente progressista al quale tutto è concesso).
Questo accanimento politico e giudiziario verso un giornalista, la cui unica colpa risiede nell’aver fatto il suo lavoro, scatena non poche riflessioni sul nostro ruolo in quanto cittadini. Il doppiopesismo delle logiche occidentali diventa sempre più chiaro e spesso fastidioso. A macchia d’olio mostra le sue evidenti lacune in ogni tema di carattere nazionale e internazionale (vedasi il conflitto Israelo palestiese). I cittadini più informati iniziano a perdere interesse e fiducia nello Stato e negli organi di comunicazione che lo dovrebbero rappresentare.
E’ naturale chiedersi cosa sarebbe successo se una situazione analoga a Julian Assange fosse accaduta in Russia o nella Turchia di Erdogan, luoghi in cui a seconda delle alleanze di turno si accettano o meno atteggiamenti di diniego nei confronti dei diritti umani. Diritti che dovrebbero essere universali e imprescindibili. In questo panorama c’è chi non ha mancato di paragonare il caso Assange al recente caso di Navalny, dissidente politico morto nel carcere russo. Seppur con una evidente mancanza di analisi e dovuta differenziazione delle rispettive dinamiche, non si può far altro che sorridere (amaramente) al ruolo che ancora una volta la stampa decide di intraprendere: unidirezionale e privo di obiettività.
La rilevanza mediatica che la stampa ha offerto ad Assange è anch’essa parte di una strategia comunicativa pericolosa e subdola. Tenere lontana l’opinione pubblica su qualcosa ritenuta scomoda non solo è fattibile ma anzi auspicabile, per continuare a perpetrare gli interessi delle nazioni, spesso in totale contraddizione agli interessi dei popoli che le abitano.
Il verdetto sul processo del giornalista australiano è appeso un filo. A prescindere dal risultato è una pesante sconfitta. Il suo caso rappresenta un inquietante precedente che mostra i limiti e le contraddizioni di una libertà fittizia. Un Davide contro Golia moderno, dove non si può far altro che patteggiare per Davide. Un popolo rappresentato da un singolo uomo, disarmato e vestito di stracci, contro la più grande forza governativa e suprematista del mondo.
Julian Assange combatte in solitudine tra la vita e la morte ma la sua battaglia è anche la nostra. Per i nostri ideali e il nostro futuro.
Articolo a cura di Enrico Zicari



