Istat: cresce l’occupazione, ma i giovani restano indietro
Meloni: "l'Italia torna a crescere". L'ultimo report Istat evidenzia un aumento dell'occupazione, ma i giovani rimangono in zona d'ombra. Sono infatti 1,7 milioni i "neet", ovvero le persone inattive.
Secondo l’ultimo report Istat, i giovani inattivi sono arrivati a 1,7 milioni. È un dato che stona con le rassicurazioni della premier Meloni, che si rifà al tasso di disoccupazione, ai minimi dal 2009.
Troppi “né-né” secondo l’Istat
I “né-né” (in inglese neet) sono le persone inattive, che né studiano né lavorano.
Per l’Istat, i giovani in questa condizione sono 1,7 milioni. Ciò equivale a quasi una persona su cinque, tra i 15 ed i 29 anni.
Nonostante tale quota sia in calo, resta uno dei valori più alti in Europa e solo la Romania è in condizioni peggiori dell’Italia.
Quasi 5 milioni di persone dimostrano segnali di deprivazione e gli ambiti più colpiti sono chiaramente l’istruzione ed il lavoro, ma non è esclusa la salute e l’assistenza sociale.

Scuola, un problema endemico
Secondo l’Istat, il problema dei neet colpisce in primis le ragazze, il Sud e gli stranieri. Un aspetto osservabile è che più si prosegue con lo studio, più il tasso di neet cala, diventando minimo per i laureati.
Il che è logico, ma significa anche che, se si aumentassero gli investimenti nell’educazione in generale, la quota potrebbe ridursi considerevolmente.
Purtroppo ciò non avviene e lo dimostra il fatto che il 60% delle scuole non ha tutti i certificati di sicurezza. Persistono inoltre numerosi problemi relativi al trasporto pubblico, per non parlare del tema del disagio psicologico, che ancora non è stato preso in carico in maniera decisiva.
Italia sempre più vecchia
Ormai non stupisce più che il paese stia invecchiando, appare quasi come un dato di fatto a cui non ci sarà mai rimedio.
I numeri Istat non rassicurano, dimostrando che l’età media è arrivata a 46 anni. Il tasso di invecchiamento potrebbe peggiorare insieme al numero dei residenti, entro il 2050.

Sono a rischio gli occupati per il 2041, anche per colpa della cosiddetta “trappola della povertà”, che rende le condizioni di disagio economico quasi ereditabili.
Il quadro che si viene così a formare è quello di un paese prossimo alla desolazione, ma è scorretto abbandonarsi totalmente ai dati Istat, giacché dei turning point – positivi o negativi – possono verificarsi in qualsiasi momento, anche in base ai provvedimenti che si prendono ai piani alti ed a quanto ci si rimboccano le maniche.
Crescita, ma per chi?
Un elemento positivo è che le emissioni sono in calo, indice di un maggiore rispetto ambientale.
In più, a livello macro, la disoccupazione è calata del 7,6%, raggiungendo i minimi del 2009.
Su questo aspetto ha premuto molto la premier Giorgia Meloni, affermando che “l’Italia torna a crescere”.

Il problema è che in Italia ci sono anche i giovani, per cui però la disoccupazione ha superato la media UE, toccando il 18%. Uno dei fattori chiave è la poca esperienza lavorativa, aggravata dall’architettura dell’intero sistema (si pensi agli anni di stage, che spesso non vengono retribuiti, richiesti per accedere a diverse posizioni).
È più corretto dire che l’Italia adulta torna a crescere, lasciando indietro chi potrebbe fare la differenza e chi rappresenta un’importante risorsa per il paese, ovvero i giovani.




