Lavoro nero e lavoro nero: le grandi imprese del “giornalettismo”

di Jo Galete De Arilas

La tanto decantata grande impresa dell’estate, pur rimanendo sempre un’impresa, altro non è che pura e semplice routine. Nulla di nuovo sotto il fronte dell’evasione – è ormai evidente che in ogni lavoro c’è evasione, nessuno escluso e che, di conseguenza, la scoperta altro non è che una goccia d’acqua tirata fuori da un’oculata cribra tura oceanica. Il fatto di scoprire alcuni lavoratori in nero ed un numero solo a due cifre di clandestini non può, infatti, assumere la denominazione d’impresa in un’Italia, come quella odierna, piena di clandestini e furbetti di quartierino. Decantare ciò come un’impresa è soltanto segno di un “giornalettismo” del più basso livello professionale oltre ad una mancanza di “materia prima”.

Nelle righe cui voglio far riferimento si denuncia il “lavoro nero” – laddove per lavoro nero si vuole però far riferimento “al nero alla luce del sole”, ovvero quella parte del lavoro nero che si scova facilmente e che rappresenta soltanto una minima percentuale di tutto il nero.
Si trascura, quindi, tutto il sommerso, difficile da scovare e vera piaga del Paese, che se solo in minima parte venisse denunciato, o si compissero imprese in questa direzione, potrebbe alla cancellazione di manovre finanziare, come quella che in questi giorni il “tremmismo” sta varando a spese di pensioni, anche se  “non delle loro”.

Oltre allo sfruttamento di gente malpagata e senza denunciarne la presenza nelle aziende, parliamo di: ore in più non pagate; lavori di livello superiore non pagati; lavoro malpagato svolto da prestatori d’opera in regola – questi ultimi in costante diminuzione e ormai destinati a scomparire, che il committente volutamente non paga con il menefreghismo della società politica e giudiziaria; fallimenti pilotati – dove i razziatori, dopo i finti falliti, sono le banche e niente o quasi rimane per chi ha sudato. Il tutto genera un’economia che, se recuperata, potrebbe permettere al lavoratore di spendere un po’ di più per i propri fabbisogni, muovendo l’economia verso una lenta ma costante ripresa.
Per non parlare di contratti capestro accettati da sindacati e “governicchi” – insomma, nessuno che veda queste macroscopiche ladronerie perpetrate giornalmente, e se qualcuno prova a denunciarle ecco che  “i giornalettisti assoldati” sono i primi a girar la testa altrove.

Se sta bene alla casta sta bene a tutti, e non si può parlarne, né intervenire!!!

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