Caso Rackete: il Senato nega l’autorizzazione a procedere contro Salvini
Il Senato ha negato l’autorizzazione a procedere contro Salvini, accusato di diffamazione aggravata, per via delle ingiurie pronunciate nel 2019 contro l’attivista Carola Rackete.
Con l’aiuto del diritto e dei fatti, capiamo la natura delle parole pronunciate dall’ex ministro dell’Interno e l’esito della vicenda.
“Zecca tedesca”
Tutto inizia nel periodo tra giugno e luglio del 2019. Il 12 giugno, Carola Rackete, attivista tedesca, è la comandante della Sea Watch 3, che ha soccorso 53 migranti in Sar libica.
Quest’ultima è un’area marittima adibita alle attività di Ricerca e Soccorso, secondo quanto disciplinato dalla Convenzione di Amburgo del 1979.
Il ministro dell’Interno Salvini inizia la sua pioggia di ingiurie sui social, usando parole come zecca tedesca, sbruffoncella che fa politica sulla pelle di qualche decina di migranti, ricca tedesca fuorilegge.

Dopo aver forzato il blocco navale delle autorità italiane a Lampedusa, il 29 giugno Carola viene arrestata. Il giudice per le indagini preliminari di Agrigento e la Cassazione, tuttavia, revocano l’arresto il 2 luglio, spiegando che il reato di resistenza a pubblico ufficiale non sussiste, ma è anzi giustificato dal soccorso di vite umane.
Nessun processo contro Salvini
Dopo anni, la richiesta di autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno Salvini è stata negata dal Senato.
Con 82 “sì” (Lega, FI e FdI), 60 “no” (Pd, M5S e Avs) e 5 astenuti (Italia Viva), l’Aula ha infatti accolto il parere della Giunta delle immunità, stabilendo che le opinioni espresse nel 2019 sono insindacabili.
Il legale di Rackete, Alessandro Gamberini, ha dato il via alla polemica, pur ritenendo la decisione del Senato “attesa e scontata”. Ha parlato di “insindacabilità dell’insulto”, ricordando Maria Giancarla Serafini (pm), la quale all’epoca aveva definito le parole di Salvini come “veri e propri attacchi alla persona”.

Il tema dell’insindacabilità (art. cost. 68) delle opinioni dei parlamentari genera controversie.
La Corte Costituzionale ha ribadito che l’insindacabilità si può estendere fuori dal Parlamento, ma solo quando l’attività è connessa all’esercizio delle funzioni. La Corte non segue quindi il c.d. lodo Schifani del 2003, che ha inserito nella grande tanica dell’insindacabilità anche le attività di critica e divulgazione.
È chiaro che i modi di Salvini, in qualsiasi salsa vengano posti, sono stati molto poco parlamentari.
Ingiuria, critica o diffamazione?
La diffamazione (art 595 cp.) ha 3 presupposti: l’assenza fisica dell’offeso (aggrava la semplice ingiuria, ad oggi depenalizzata), l’offesa palese alla reputazione e la presenza di almeno due soggetti “testimoni”, esclusi i diretti interessati. Il reato è aggravato se avviene attraverso la stampa o altri mezzi di comunicazione.
Tutti questi presupposti sono riconducibili al caso Rackete, perché Salvini ha pronunciato frasi indubbiamente offensive e l’ha fatto su Twitter, dunque quando Rackete era fisicamente assente, ma con migliaia di utenti testimoni.

Le alternative che permettono di “sfuggire” al reato di diffamazione sono il diritto di cronaca, critica e satira, che però si devono necessariamente fondare su 3 pilastri: verità, continenza e pertinenza. Il problema è che la gratuità degli insulti in questione fa inevitabilmente storcere il naso, perché quasi annulla tali princìpi.
Viene a questo punto automatico chiedersi quanto fermamente si possa difendere l’insindacabilità, se ci soffermiamo sulle parole “zecca tedesca”, un dictum destinato ad invecchiare male.




