Caso Orlandi: 40 anni dalla scomparsa di Emanuela
Oggi sono ormai 40 anni che il caso Orlandi appare irrisolto. Ancora non sembrano esserci vie di fuga da una delle nubi più scure che avvolgono il paese.
Un tragico mistero all’italiana, in cui la lentezza del sistema investigativo e gli accordi sottobanco diventano ingredienti fatali.
22 giugno 1983
Sono le ore 19 quando Emanuela Orlandi scompare senza lasciare tracce. Figlia di un dipendente della prefettura pontificia, la ragazza ha solo 15 anni.
Terminate le lezioni di musica in piazza Sant’Apollinare, Emanuela chiama la sorella, per dirle che uno sconosciuto le ha proposto di fare volantinaggio per la Avon cosmetics.

Decisa a tornare a casa, aspetta due sue compagne di corso. Tutte e tre devono prendere l’autobus, ma Emanuela preferisce prendere la corsa dopo, perché c’è troppa gente.
Dalle 19:30 in poi, non si sa più nulla della ragazza.
Fili che non si intrecciano
Il 7 maggio era stata denunciata la scomparsa di un’altra ragazza, Mirella Gregori. Risulta inutile il collegamento tra i due casi, perché le due ragazze non si conoscono.
Quando entrano in campo il cosiddetto “Americano” ed il movimento dei Lupi Grigi (che strumentalizzano il caso Orlandi per chiedere la liberazione di Ali Ağca, l’attentatore di Papa Wojtyla), il caso diventa di interesse internazionale.

Ci sono una serie di segnalazioni, provenienti da ogni dove, ma nessuna di queste è attendibili. Che in qualche modo c’entri il Vaticano è indubbio, ma i punti non si collegano e l’inchiesta viene chiusa, per la prima volta, nel 1997.
Bande e ossa
Nei primi anni duemila, la banda della Magliana diventa il fulcro delle indagini, per via delle dichiarazioni di Sabrina Minardi (compagna di uno dei capi, Renatino). Quest’ultima afferma che Emanuela Orlandi è stata uccisa, dopo essere stata tenuta prigioniera nei sotterranei, vicino al San Camillo.
Non c’è alcuna prova ed inizia la lunga fase di caccia alle ossa, in primis nella cripta di Sant’Apollinare, dove è sepolto Renatino.

Nel 2016 c’è una seconda archiviazione dell’inchiesta e partono le denunce alla magistratura vaticana. Nel 2018, altre analisi del Dna su alcune ossa. Un anno dopo, un’ispezione in Vaticano, nelle Tombe Teutoniche e nel Collegio.
Viene richiesta anche la formazione di una Commissione di inchiesta parlamentare, ma è tutto inutile. Non si compiono passi avanti neanche con l’intervista al boss mafioso Pippo Calò.
Camere dell’eco
Più passa il tempo, più il caso Orlandi diventa impossibile da digerire, generando la rabbia dell’opinione pubblica. La storia continua ad essere raccontata e, a volte, riscritta.
Dalla serie Netflix Vatican Girl al video di Elisa True Crime da 1,6 milioni di visualizzazioni, la vicenda ha inondato i media di ogni sorta.

Ma lo sforzo più mirabile rimane quello del fratello, Pietro Orlandi. “Non smetterò mai di cercare Emanuela”, sono parole che provengono dalla disperazione, ma prima di tutto da un amore profondo, che quasi supera la prima emozione.
Tutto questo in nome della costante, lucida ricerca e diffusione della verità, anche in un contesto così controverso.
Di chi è la colpa? Del Vaticano, della mafia o di un elemento esterno? È difficile da dire con certezza.
Il rischio diventa di una certa portata se si ipotizza una collaborazione, sottobanco, tra ognuna di questa realtà. In questo caso, le accuse (e lo scandalo) ricadrebbero comunque sul primo attore, quasi sempre in una posizione di intangibilità, ovvero la Santa Sede.




