Istruzione, università e ricerca: le tre grandi assenti dalla campagna elettorale
Investire nell’educazione significa investire sul futuro dell’Italia. I partiti candidati di queste elezioni 2022, però, non sembrano crederci più di tanto…

Il programma del centro-destra
L’istruzione prepara alle sfide del futuro. E queste sfide, in un paese come l’Italia, che il prossimo 25 settembre andrà alle urne per votare, sono molteplici. Una di queste è proprio il settore del futuro, dell’istruzione, dei giovani, delle università. Dopo due anni di chiusure e semi-chiusure, in cui le difficoltà del settore si sono viste chiaramente, sarebbero auspicabili nuove proposte, più stimolanti, innovative e al passo con i tempi, ma tutto ciò sembra essere poco in voga tra i partiti.
Il programma del centrodestra in questo campo, ad esempio, propone la riduzione di un anno del ciclo di studi per permettere agli studenti di entrare prima (e meno preparati?) nel mondo del lavoro, introdurre il cosiddetto “liceo del made in Italy” (del quale, ad oggi, non si hanno linee guida ben chiare su come dovrebbe funzionare pragmaticamente). Una proposta forse un po’ forzata, che è in parte sostenuta dal Movimento Cinque Stelle che, invece, vuole inserire la “Scuola dei mestieri per valorizzare e recuperare la tradizione dell’artigianato italiano”. Eliminare la DAD è un altro dei punti-cardine su cui ruota il progetto del blocco di centro-destra, congiuntamente all’idea di contrastare fin dalle elementari l’ideologia gender con corsi d’approfondimento, trasformare i licei e le università pubbliche in veri e propri campus sullo stile americano e una riqualificazione scolastica con conseguente piano delle tre “i”: Internet, inglese e impresa. Queste proposte, che sono spesso molto simili a degli slogan più che a delle concrete promesse, saranno, nel caso, tutte manovre “a debito”, ovverosia in deficit. Si stima, infatti, che un piano di riqualificazione scolastica in 10 anni (che, comunque, vogliono dire almeno due mandati) sia inattuabile allo stato attuale delle cose, considerando anche il mero fattore statistico, che vede la media della stabilità dei Governi italiani a 2,3 anni su 5 (che sarebbe il normale ciclo di un governo).

Il programma del centro-sinistra
D’altro canto, le proposte del blocco di centrosinistra capitanato dal PD prevede aperture verso il benessere sociale di scuole e università: si parte con il cavallo di battaglia, un piano da ben 10 miliardi per aumentare gradualmente gli stipendi a tutti gli insegnanti per stabilirli in media UE entro 5 anni (sono d’accordo con questa visione anche M5S e Terzo Polo), l’obbligo e la conseguente gratuità scolastica dai 3 ai 18 anni con mense e libri di studio gratuiti. Oltre a ciò, interessante è sicuramente l’intenzione di stabilire un fondo nazionale per le gite scolastiche e un progetto di edilizia sostenibile: il secondo, probabilmente, difficilmente attuabile in tempi medio-brevi.
La problematica più chiara nel programma, resta comunque quella del tetto massimo degli alunni per classe (20) che prevederebbe la nascita di nuove sezioni ma difficilmente coperte da insegnanti di ruolo, la vera mancanza nelle scuole. Anche il Terzo Polo di Calenda-Renzi vorrebbe abolire le “classi pollaio”, ma bisogna anche guardare in faccia alla realtà e denotare il fatto che nella sola città di Roma più di 2.000 classi si dicono in sovrannumero [dato che emerge dalla XXesima edizione del report dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva].

Quali prospettive per l’università?
E per le università? Uno dei fulcri di un sistema democratico funzionante è proprio la necessità di investire nelle università. Investire nel futuro, per una società avanzata sia dal punto di vista culturale che economico dovrebbe essere uno dei primi punti per un partito che si presenta alle elezioni e invece non è così. Come si è notato, le proposte sono spesso riservate alle scuole (alcune di queste che rasentano addirittura l’impossibilità realizzativa nonché strutturale) e l’argomento università sembra essere stato accantonato. Non preso in esame. Ci si è limitati soltanto a supportare il diritto allo studio anche in campo universitario, di richiedere maggiori contributi per la creazione di nuove borse di studio e tirocini pagati. Ma questa non dovrebbe essere una base solida, ben consolidata da anni, da cui partire? Le proposte non dovrebbero essere queste, bensì il fulcro principale della creazione, ad esempio, di tirocini che non siano fini a loro stessi, ma che finalmente possano preparare al mondo del lavoro. Tutto ciò dovrebbe rappresentare l’humus di una società sana su cui poi creare qualcosa di concreto, mentre questo non accade. L’università non è in nessuna “agenda” di alcun partito e la politica italiana sembra essere rimasta a trenta, quarant’anni fa, quando la laurea (oggi, anche quella triennale) era un punto d’arrivo per l’ingresso automatico nel mondo del lavoro.
E invece non è affatto così: mancano proposte che portano con sé l’idea di snellire l’eccessiva burocratizzazione delle università, mancano le risorse per introdurre nuovi corsi di laurea e nuove specialistiche, alimentando così la corsa fuori dall’Italia con la ben nota “fuga di cervelli”. Tutto questo diviene poi un problema di qualità, perché uno Stato che non investe nel futuro, nei giovani e, quindi, nelle università, non è uno Stato sano e le università, pian piano, cominceranno anche a mancare di attrattiva e competitività, rendendo una completa utopia il condurre ricerca e specializzazione in Italia.
Riflettiamoci.




