La Lazio non esiste, il giornalista dovrebbe

La Lazio non esiste, il giornalista dovrebbe

olimpico tribuna stampaLa linea sottile tra giornalista e ultras, tra professionista e tifoso, tra informazione e istigazione passa attraverso poche righe ed è assai labile e contestabile. Nelle università insegnano a capire quando è il caso di redigere un articolo e quando è opportuno lasciar perdere. Spiegano fino ad opprimere cosa è un codice deontologico e soprattutto, durante le lezioni, invitano gli aspiranti praticanti a prendere esempio dalle grandi testate e dalle loro affermate firme. Succede questo all’università. Ci si deve riempire la testa di nozioni, regole dogmi insopprimibile, che se non sciorinati alla perfezione non solo comportano l’inevitabile fallimento della carriera ma anche una sonora sgridata e una cocente bocciatura. Per non scoraggiarsi ci si affaccia dalle finestre informatiche dei quotidiani a carpire i segreti e l’abilita di chi, anni prima, ha fatto ciò per cui stai sudando.

Succede anche che, per caso, ti imbatti in un articolo dalla firma nota e altisonante e scorrendo tra le parole noti che c’è qualcosa che stride con quello che il professore ti sta insegnando. Rileggi l’articolo credendo che sia un “fake”. Quello che hai davanti è veramente la pagina del “Corriere dello Sport”, noto quotidiano sportivo, che lascia libero spazio ad un articolo che di giornalistico ha solo la firma: Giancarlo Dotto. A prima vista, sembra essere uno sfogo di un tifoso ferito che, sulla home della sua chat scrive frasi velenose adducendo alla squadra avversaria come “fa tutto quello che deve fare una brava ragazza in certe occasioni”, perifrasi arcuta e sottile che scatena polemiche su internet. Come può un giornale non accorgersi che si sta valicando ogni limite? Come può un giornalista calpestare cosi tanto le “Carte deontologiche” rischiando di rovinare la sua reputazione ledendo la propria testata?

Entrando nel merito del contenuto letto, mi domando se il proprietario di quest’opera dell’intelletto abbia tenuto conto che è suo compito, essendo iscritto nell’albo, rispettare scriminanti quale la verità sostanziale: “La Lazio non esiste. Per meglio dire non ce la fa ad esistere”, l’interesse sociale ma, soprattutto la continenza. La continenza cioè il modo di scrivere l’articolo più correttamente possibile, e non in senso grammaticale, ma moderando l’ esposizione della notizia: “Aquile monche […]La Lazio è una squadra che non esiste. Malattia incurabile […] Aquila spelacchiata”.

Mi domando se l’artefice di tale scritto abbia ragionato sul fatto che deve dare ascolto alla “Carta media-sport”, da lui sottoscritta una volta divenuto professionista, che lo obbliga, dopo i nefasti eventi di Catania con la morte di Raciti, ad essere il più professionale possibile e evitare tutte quelle esagerazioni ed esaltazioni. In un ambiente caldo come il calcio, parole come “macchia d’irriducibili tifosi[…] che colgono la bellezza assoluta e nichilista del tifare il nulla”sfociano facilmente in guerriglie, prima mediatiche poi fisiche. Mi chiedo quale possa essere il motivo che lo ha spinto a scrivere un articolo infondato, esagerato e discriminatorio nonché offensivo.

Il diritto di parola e di critica è inalienabile ed ognuno è libero di professarlo, non in un giornale, non così palesemente. Se tutto ciò resterà impunito le cose sono due: o sono giornalista anche io o cambierò esame.

 

Damiano Rossi (Frascati)

5 giugno 2013

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