Omofobia e transfobia. Storia della depatologizzazione: i malati immaginari della società

Omofobia e transfobia. Storia della depatologizzazione: i malati immaginari della società
Fonte immagine: g2r

Il 17 maggio si è celebrata la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la lesbofobia e la transfobia. In questa data, esattamente trent’anni fa, l’omosessualità veniva rimossa dal DSM, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Nel 2019 è stata eliminata dall’elenco anche la transessualità, ma l’Oms ha deciso di non rimuoverla dalla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD) dedicandole il nuovo capitolo intitolato “condizioni di salute mentale” per permettere alle persone transgender che lo richiedono di accedere alle cure sanitarie.

Il proposito di questo articolo è di ripercorrere la storia dell’omosessualità intesa come disturbo mentale fino alla sua depatologizzazione, mettendo in luce la natura contingente di ciò che viene definito malattia.

Omosessualità. Dalla ricerca di una cura alla scoperta di una condizione possibile

Secondo Michel Foucault il potere non si esprime attraverso le imposizioni della legge ma pervade la società nel suo insieme. Non è esplicito e direttamente riconoscibile, è richiesto uno sforzo per individuarlo, per svelarlo. A proposito di sessualità e della sua indagine sulla società del diciottesimo secolo, ad esempio, risulta un’illusione l’idea che parlare delle nostre pratiche sessuali ci renda liberi, al contrario è proprio il discorso sul sesso ad aver creato un dispositivo di controllo – guidato abilmente, in questo caso, dalla scienza medica – che produce una norma. E dove esiste una norma esiste anche lo scarto che – spesso – diventa sintomo di perversione e sinonimo di emarginazione.

Michel Foucault. Fonte immagine: Ibridamenti

È nell’Ottocento, secolo di cieca fiducia nella scienza e nel progresso, che l’omosessualità smette di essere considerata un crimine e diventa oggetto d’indagine della scienza medica, soprattutto dei medici legali che iniziano ad occuparsi dei crimini sessuali.

Affrancare l’orientamento sessuale dalla sfera giuridica è certamente un bene, ma l’effetto collaterale di questa impostazione sta nell’essere recepito come una patologia. Si passa, infatti, da teorie che propongono l’omosessualità come condizione neuropsichiatrica degenerativa a variazione innata della sessualità, fino ad arrivare alle intuizioni di Freud, il quale stacca l’etichetta di malattia e ne appone un’altra, definendo l’omosessualità come «variazione della funzione sessuale, prodotta da un arresto dello sviluppo sessuale».

Nello stralcio di una lettera scritta dallo psicologo austriaco a una madre intenzionata a curare il proprio figlio omosessuale, leggiamo che «è una grande ingiustizia perseguitare l’omosessualità come un crimine – e anche una crudeltà. Se non mi credete, leggete i libri di Havelock Ellis. Mi chiede se posso aiutarla, intendendo dire, suppongo, se posso sopprimere l’omosessualità e fare in modo che al suo posto subentri l’eterosessualità. La risposta è, in linea generale, che non posso promettere che questo accada. In un certo numero di casi riusciamo a sviluppare i semi degradati delle tendenze eterosessuali, che sono presenti in ogni omosessuale, ma nella maggior parte dei casi non è più possibile».

Insomma, diventando oggetto di analisi minuziosa da parte di medici e psicanalisti, lo stigma connesso all’omosessualità si sposta dall’atto criminale alla patologia e nel 1952 viene inserita nel DSM-1 come disturbo antisociale di personalità.

La svolta nel percorso che molto lentamente ha condotto l’omosessualità ad essere depatologizzata avviene grazie alle conquiste di Alfred Kinsey ed Evelyn Hooker.

Alfred Kinsey. Fonte immagine: OutInPerth

Da quello che si conosce come il primo “Rapporto Kinsey”, elaborato nel 1948, emerge che il comportamento sessuale degli esseri umani non può essere definito esclusivamente eterosessuale o esclusivamente omosessuale. Elaborando una scala – la “scala Kinsey” – che va da 0 (totalmente eterosessuale) a 6 (totalmente omosessuale), il biologo e sessuologo arriva a sostenere che il 10% della popolazione sia gay.

Evelyn Hooker pubblica nel 1957, sulla rivista Journal of projective techniques, un lavoro attraverso cui dimostra, applicando il metodo scientifico, che l’omosessualità non è una patologia. La psicologa statunitense somministra un test ad un totale di 60 persone divise in due gruppi, composti rispettivamente da 30 uomini omosessuali e 30 uomini eterosessuali. Gli psicologi esperti a cui furono sottoposti i risultati dei soggetti esaminati, non furono capaci di distinguere il loro orientamento sessuale.

Evelyn Hooker. Fonte immagine: Gaypost

L’omosessualità viene allora derubricata a deviazione sessuale – al pari della pedofilia, necrofilia, feticismo, voyeurismo – all’interno del DSM-2 pubblicato nel 1968. Da qui la storia ci conduce al primo tentativo di depatologizzazione stabilito dal Board of Trustees dell’American Psychiatric Association (APA) nel 1973, proposito osteggiato da un gruppo di oppositori interni, i quali sostenevano la necessità di un referendum che avrebbe permesso a tutti i membri di esprimersi. Il risultato della votazione allargata non cambia il verdetto: l’omosessualità deve essere eliminata dal DSM.

Con la pubblicazione del DSM-3, l’anno dopo, si inserisce nell’elenco soltanto l’omosessualità egodistonica, basata sulla non accettazione del proprio orientamento sessuale, per poi arrivare alla derubricazione e alla totale assenza all’interno del DSM-4.

Nel 1990, esattamente trent’anni fa, l’Oms rimuove l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella Classificazione Internazionale delle Malattie, definendola per la prima volta “una variante naturale del comportamento umano”.

Omotransfobia. Le percentuali dell’odio in Italia

Gli orientamenti che non si definiscono eterosessuali hanno smesso di essere considerati patologici, ma è noto che il senso comune spesso viaggia per conto proprio. Sembra utile quindi analizzare i risultati di alcune delle ricerche condotte in Italia volte a registrare il livello di omotransfobia nel nostro paese.

Gay Help Line, il contact center antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans, nel report omotransfobia relativo all’ultimo anno segnala «il crescente livello di omofobia con un incremento del 2,5% (ora al 74,5% incremento del 4,5% in 2 anni) ed un aumento del 6% (ora al 12%) delle discriminazioni sul lavoro a scapito delle persone LGBT. La comunicazione tramite social network spinge sempre di più i giovani ed i giovanissimi (12-16 anni) a sentirsi liberi di dichiararsi in determinati gruppi, cosa che però espone ad episodi di bullismo, con un picco di oltre il 70% tra gli studenti, dato rilevato anche durante i progetti svolti nelle scuole, rilevando un incremento della violenza tra i giovani ed i giovanissimi».

Inoltre «aumentano i casi di genitori che non accettano l’omosessualità dei figli nella fascia d’età 12-21 anni, con un incremento del 10% circa in tale fascia di età, portando oltre ad un giovane al giorno vittima di violenza in famiglia perché LGBT» e solo «1 minore su 60 pensa che denunciare possa migliorare la propria situazione».

Anche Arcigay, la più grande associazione LGBTI italiana, ci restituisce un ritratto del paese poco edificante. Gli attivisti hanno registrato 187 storie di discriminazione – erano 119 lo scorso anno – nel loro ultimo report, monitorando a partire dal 17 maggio 2019 gli episodi di violenze e sopraffazione ai danni di persone appartenenti al mondo LGBTI raccontati dai principali mezzi d’informazione. Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, ci informa che delle storie censite «2 vicende hanno a che fare con vere e proprie aggressioni, 13 sono adescamenti a scopo di rapina, ricatto o estorsione, 9 sono violenze familiari, 31 sono discriminazioni o insulti in luoghi pubblici, come bar o  ristoranti, 17 sono scritte infamanti su muri, auto, abitazioni, 25 sono episodi di hate speech e di incitazione all’odio, online e offline, scatenati da esponenti politici, gruppi, movimenti».

Fonte immagine: arco.lgbt

Nel Nord Italia si sono verificati 74 episodi dei 138 registrati. È proprio qui che hanno avuto luogo la metà delle aggressioni riportate e un fenomeno altrettanto preoccupante, che vede protagonisti uomini gay attirati da ragazzi – spesso più giovani – al fine di rapinarli sotto il ricatto di svelare il loro orientamento sessuale o diffondere foto intime. Un clima esacerbato dalla «politica che attinge al linguaggio della violenza e dell’istigazione nei confronti delle persone lgbti». Preoccupano in tutta Italia gli episodi di violenza familiare, non raccontati dai media ma registrati – ci informa Piazzoni – dalle reti associative dell’ente.

Infine, è bene citare i risultati resi pubblici dall’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea a seguito di un lavoro di ricerca che ha coinvolto 140 mila persone intervistate proveniente da 30 paesi, secondo cui «il 62% delle persone LGBTI intervistate nel nostro Paese evita di tenere per mano il compagno o la compagna in pubblico e il 30% di loro si tiene alla larga da certi luoghi o certe zone per paura di essere aggredito o aggredita. Le persone LGBTI visibili nel proprio contesto sono sotto la soglia del 40%, quindi oltre il 60% preferisce vivere nell’ombra».

La paura è il male più infido, perché troppo spesso è in suo nome che vengono perpetuate le azioni più odiose, e nel timore di perdere la propria identità si costringe, paradossalmente, qualcun altro a vivere nell’ombra. La necessità di individuare un modello, alla cui mancata adesione consegue lo stigma, sta portando in molti casi alla negazione di sé e dei propri sentimenti. E questo risultato può soltanto essere percepito come il sintomo di un malessere dal quale guarire. Non occorre scandalizzarsi di fronte alle fattezze di due amanti, basta guardare alla natura stessa dell’amore e dei suoi codici per annegare dolcemente nella sua incomprensibilità.

Omotransfobia. L’importanza di una legge per contrastare l’odio

In Italia abbiamo una legge che, nonostante le proprie mancanze, permette le unioni civili. Il governo italiano riconosce l’amore a prescindere dal soggetto a cui si rivolge, ma siamo sprovvisti di uno strumento legislativo che consenta di proteggersi da aggressioni ed esternazioni di odio contro persone LGBTI. Anche se, a giudicare dai risultati descritti poco fa, ce ne sarebbe bisogno.

Il 31 marzo scorso avrebbe dovuto essere discusso il disegno di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” il cui primo firmatario è  Alessandro Zan, deputato del Pd, ma l’emergenza Coronavirus aveva imposto al Governo, almeno fino ad ora, un nuovo calendario.

Nella giornata di ieri, ci riporta L’Espresso, è iniziata la discussione in merito alla proposta di legge in Parlamento, con gli interventi di Ginevra Cerrina Feroni, professoressa di Diritto costituzionale italiano e comparato presso l’Università degli studi di Firenze, Roberto Baiocco, professore di Psicologia presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” e Mauro Ronco, professore emerito di Diritto penale presso l’Università degli studi di Padova. Si attendono nuove audizioni previste per la prossima settimana, nelle quali sarà possibile ascoltare i contributi della maggioranza e dell’opposizione.

Il testo discusso prevede un’integrazione della Legge Mancino – che condanna l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali – attraverso la modifica degli articoli 604 bis e 604 ter del codice penale. Con questi emendamenti si dispone una sanzione nei confronti di chi commette atti violenti o incita alla discriminazione e alla violenza fondate sull’identità di genere o sull’orientamento sessuale, estendendo anche le circostanze aggravanti previste da queste fattispecie di reati.

La “Legge Zan” si preoccupa di modificare il codice penale, ma esclude per il momento l’istituzione della Giornata contro l’omotransfobia insieme ai centri anti-violenza previsti dal ddl Maiorino, senatrice del Movimento 5 stelle, e le statistiche ISTAT per controllare il fenomeno previste dal ddl Cirinnà.

Intanto, proprio il lo scorso 17 maggio, Giuseppe Conte ha esortato le forze politiche a trovare un accordo in merito a una legge contro l’omofobia «che punti anche a una robusta azione di formazione culturale: la violenza è un problema culturale e una responsabilità sociale». Come ci ricorda il nostro Presidente della Repubblica «le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale», quindi lo Stato dovrebbe intervenire perché «operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonché di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».

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