Sentenza della corte d’Appello di Milano: «Fininvest paghi 540 milioni alla CIR». Marina Berlusconi: «Neppure un euro è dovuto da parte nostra». E il “lodo” Mondadori ancora non si scioglie.

di Roberto Mattei

Colpo durissimo inferto oggi alla Fininvest per la vicenda del lodo Mondadori. La corte d’Appello Civile di Milano ha depositato questa mattina la sentenza di condanna del Gruppo milanese con le conseguenti statuizioni al risarcimento del danno. La decisione dei giudici, immediatamente esecutiva, prevede il pagamento di circa 540 milioni di euro a CIR (Compagnie Industriali Riunite), con decorrenza dalla data della sentenza di primo grado dell’ottobre 2009. Tra interessi e spese processuali maturati da quel giorno la cifra dovrebbe levitare di ulteriori 20 milioni di euro.

Il lodo Mondadori è il più grande scontro finanziario tra due imprenditori italiani: il cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi e l’ingegnere torinese Carlo De Benedetti, per il possesso della Arnoldo Mondadori Editore. E’ il 1987 quando Mario Formenton, marito di Cristina Mondadori nonché presidente della nota casa editrice di Ostiglia (MN), si spegne alla tenera età di 58 anni nel letto del reparto di rianimazione dell’ospedale di Villejuif, nei pressi di Parigi, dove alcuni giorni prima era stato sottoposto ad un’operazione chirurgica per l’asportazione di una neoplasia al fegato.  Con la morte di «uno dei più autorevoli e stimati rappresentanti dell’editoria italiana» – così venne definito all’epoca dal segretario del PCI Alessandro Natta – si aprì un periodo di forti contrasti interni per la successione dell’azienda di famiglia. Nel 1988,  Silvio Berlusconi procede all’acquisto delle azioni di Leonardo Mondadori, con l’intento di ricoprire un ruolo di primissima importanza nella gestione della società editoriale.

A questo punto, la Arnoldo Mondadori Editore è in mano a tre soggetti: la Fininvest di Silvio Berlusconi, il Gruppo CIR di Carlo de Benedetti e la famiglia Formenton. Quest’ultima, tuttavia, non più interessata alla gestione della società, aveva stipulato un contratto di cessione d’azienda con l’imprenditore torinese, che prevedeva il passaggio delle quote societarie in loro possesso alla CIR entro il 30 gennaio 1991. Nel novembre del 1989 un improvviso cambiamento di rotta da parte dei Formenton: la famiglia si schiera dalla parte di Berlusconi e consente allo stesso di insediarsi come presidente della casa editrice il 25 gennaio 1990. Carlo de Benedetti, però, che era stato anche amico e socio di Mario Formenton, non ci sta e facendo leva sull’accordo sottoscritto alcuni mesi prima, protesta duramente. Nonostante varie trattative avviate tra gli opposti schieramenti, l’accordo non arriva e di conseguenza le parti decidono ricorrere a un procedimento arbitrale – per chi non lo sapesse, l’arbitrato è uno strumento con cui è possibile risolvere le liti civili e commerciali, sia in ambito domestico che internazionale, in alternativa alal giustizia ordinaria. Secondo il codice di rito, con l’arbitrato le parti deferiscono la soluzione di controversi a soggetti privati: gli arbitri. La decisione dell’Arbitro, il lodo, è vincolante per le parti e produce gli stessi effetti di una sentenza – per stabilire quale delle due decisioni doveva avere corso: il contratto stipulato tra i Formenton e De Benedetti oppure la cessione delle quote societarie al Gruppo Fininvest.

Il 20 giugno 1990 arriva il primo verdetto: l’accordo scritto è valido a tutti gli effetti e le azioni Mondadori devono tornare alla CIR. Con questa sentenza, l’ingegnere a capo delle Compagnie Industriale Riunite acquista il controllo del 50.3% del capitale ordinario e del 79% delle azioni privilegiate Mondadori. Come conseguenza di tutto ciò, Berlusconi lascia subito la presidenza del gruppo mantovano. La “Guerra di Segrate” – così venne definita all’epoca – però, non finisce e la battaglia Berlusconi – De Benedetti si fa ancora più dura. L’imprenditore milanese e i Formenton impugnano il lodo arbitrale dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, la quale stabilisce che il caso dovrà essere seguito dalla I sezione civile presieduta da Arnaldo Valente e il giudice relatore Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991, dopo dieci giorni di camera di consiglio, la sentenza viene resa pubblica: l’accordo Formenton – De Benedetti e il relativo lodo arbitrale sono da considerarsi  nulli poiché in contrasto con le norme che regolano le società per azioni.

La Mondadori viene cosi consegnata nuovamente nelle mani del Gruppo Fininvest ma la decisione suscita la ribellione di direttori e responsabili delle principali testate giornalistiche della casa editrice. Interviene nella vicenda anche il Presidente del Consiglio di allora, Giulio Andreotti, che riunisce le parti invitandole a trovare un accordo. Come intermediario tra Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti per la soluzione del lodo Mondadori viene chiamato l’imprenditore Giuseppe Ciarrapico, che riesce nell’impresa: la Repubblica, l’Espresso e alcuni quotidiani e periodici locali tornano nelle mani del Gruppo CIR, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto rimangono nelle mani della Fininvest che riceve oltre 360 miliardi di lire come conguaglio, per la cessione delle testate alla società dell’ingegnere torinese. Sembra tutto finito e accomodato perbenino quando nel 1995, arrivano le dichiarazioni di Stefania Ariosto che inducono la magistratura ad aprire un’indagine per accertare la genuinità della sentenza. La donna dichiara che i giudici Arnaldo Valente e Vittorio Metta sono intimi amici di Cesare Previti, avvocato Fininvest, tutti invischiati in un giro di tangenti. A seguito di tali affermazioni il pool di avvocati milanesi si mette subito al lavoro e in poco tempo riesce a individuare dei movimenti sospetti di denaro che partivano dalla holding milanese in direzione dei conti esteri dei suoi legali e da qui a Vittorio Metta.

Da questo momento in poi inizia un inspiegabile giro di bonifici tra alcune società di Silvio Berlusconi e gli avvocati Fininvest. La cifra più esorbitante, circa 3 miliardi di vecchie lire, viene versata dalla “All Iberian” il 14 febbraio 1991 sul conto di Cesare Previti. Secondo l’accusa, parte di questi soldi sarebbero stati stornati su altri conti e fatti pervenire al giudice romano. Previti si difende definendoli semplici servizi e prestazioni professionali che avrebbe eseguito in qualità di avvocato Fininvest e contestualmente asserisce di aver ricevuto un’importante somma di denaro in eredità. La vicenda si concluderà nel 2007 con la condanna in cassazione di Previti e Metta nonché di Attilio Pacifico e  Giovanni Acampora (altri avvocati del Gruppo Fininvest).

In virtù del fatto che il lodo era stato “viziato” – a confermarlo la sentenza di condanna dei tre avvocati del gruppo milanese – nel 2009 viene intrapresa una causa civile dal Gruppo CIR e nell’ottobre del 2009 la Fininvest viene condannata a risarcire circa 750 milioni di euro alla controllata di De Benedetti per danno patrimoniale e perdita di possibilità. Tuttavia, la Corte d’appello di Milano fa notare che il giudice Raimondo Mesian, aveva proceduto alla condanna senza essersi avvalso del parere di un consulente tecnico.

Viene così disposta una perizia da parte di un team di esperti con l’incarico di stabilire se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti, fossero intervenute tra il giugno del 1990 e l’aprile del 1991, con particolare riguardo agli andamenti economici delle stesse e all’evoluzione dei mercati dei settori di riferimento. La consulenza tecnica viene depositata nel settembre del 2010 e dalla stessa si evince un ridimensionamento del danno economico di circa il 30%  rispetto a quanto previsto dalla sentenza di primo grado.

Con la decisione arrivata oggi  i giudici hanno confermato la condanna di risarcimento da parte di Fininvest dei danni economici provocati alla CIR per la mancata acquisizione della Arnoldo Mondadori Editore. E’ una sentenza che sgomenta e lascia senza parole – ha affermato il presidente della Fininvest, Marina Berlusconi, appena saputa la notizia – Rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico». Nonostante rispetto alla sentenza di primo grado la Corte d’Appello abbia diminuito l’ammontare del risarcimento di 190 milioni di euro, la figlia del Cavaliere ha scatenato tutta la sua ira: «E’ una somma addirittura doppia rispetto al valore della nostra partecipazione in Mondadori! La Fininvest che ha sempre operato nella più assoluta correttezza viene colpita in maniera in modo inaudito, strumentale e totalmente ingiusto. E il parziale ridimensionamento della sanzione rispetto al giudizio di primo grado nulla naturalmente toglie alla incredibile gravità del verdetto. Neppure un euro è dovuto da parte nostra, siamo di fronte a un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti né nelle regole del diritto».

L’imprenditrice ha fatto infine sapere che la sua società ricorrerà in cassazione contro la decisione dei giudici milanesi

 

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