Taglio dei parlamentari. Cosa cambia con la riforma?

Taglio dei parlamentari. Cosa cambia con la riforma?

Il Parlamento ha da poco approvato in quarta lettura la riforma del numero dei parlamentari, con i voti della maggioranza (M5s, Pd, Italia Viva, Leu) e quelli di opposizione (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia). 
Il numero dei deputati passerà da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200.
Per comprendere meglio gli effetti della riforma abbiamo intervistato Alessandro Gigliotti, dottore di ricerca in Diritto Costituzionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”
1) Con la doppia approvazione di Camera e Senato, l’iter della riforma può considerarsi concluso? R: Non ancora. La seconda deliberazione è infatti avvenuta a maggioranza assoluta dei componenti, ma inferiore a quella dei due terzi (raggiunta alla Camera ma non anche al Senato). In tali casi, la Costituzione prevede la possibilità di convocare un referendum popolare per l’approvazione definitiva, qualora entro 3 mesi dalla pubblicazione del testo in Gazzetta lo richiedano 500mila elettori, 5 Consigli regionali o 1/5 dei membri di ciascuna Camera. Quindi la parola definitiva spetta al popolo, a meno che nessuno presenti richieste di referendum: in tal caso, decorsi i tre mesi, il testo si considera approvato in via definitiva.

2) Quali saranno i reali risparmi determinati dalla riforma e quanto incideranno sulla nostra economia? Si avranno nell’immediato?

R: In linea di principio, approcciarsi ai temi istituzionali nell’ottica del risparmio è sbagliato, tanto più dinanzi ad una riforma che comporterà, a seconda delle diverse ricostruzioni, una minore spesa annua nell’ordine di 50-100 milioni. Il tutto a partire dalla prossima legislatura, quando il taglio sarà operativo. Poco o nulla, quindi: secondo Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, il risparmio effettivo si attesterà su circa 57 milioni, pari allo 0,007 della spesa pubblica… Se consideriamo peraltro che, negli ultimi 4-5 anni, le amministrazioni di Camera e Senato hanno già operato dei tagli ai rispettivi bilanci interni che hanno prodotto risparmi nell’ordine di oltre 500 milioni, si comprende bene che questa riforma non avrà alcun impatto significativo sulla spesa pubblica e sul sistema economico.

3) Se la riforma non comporta risparmi significativi, per quale motivo le forze politiche hanno spinto così tanto per la sua approvazione? Ci sono altre ragioni che la giustificano?

R: Se l’obiettivo è il contenimento dei costi della politica, allora si tratta di una riforma inutile, perché – lo abbiamo visto – il risparmio è esiguo. Se invece è funzionale ad una razionalizzazione dei lavori parlamentari, al fine di migliorarne l’efficienza, allora il discorso cambia e la riforma può essere un buon punto di partenza.

4) La riforma comporterà la necessità di rivedere l’attività legislativa e dunque i regolamenti di Camera e Senato? Occorrerà ridefinire anche la legge elettorale?

R: Anche se la riforma non modifica le attribuzioni costituzionali delle due Camere, come anticipato è indispensabile apportare modifiche ai regolamenti, soprattutto in ordine alla composizione dei gruppi, al numero e alla struttura delle commissioni permanenti, quelle che esaminano i testi di legge prima del passaggio in Assemblea, ed a vari altri aspetti correlati.
Ancor più urgente è una riforma della legge elettorale, la quale è strutturata su collegi uninominali e plurinominali disegnati nell’ottica di 630 deputati e 315 senatori. Anche volendo mantenere l’attuale sistema, occorre quanto meno ridisegnare i collegi, del resto è già in vigore una norma che delega il governo ad approvare un decreto legislativo per dette finalità.

5) Quali conseguenze avrà l’approvazione della riforma sulla rappresentatività? Può inficiare il nostro sistema democratico?

R: Parlare di deriva autoritaria è oggettivamente fuori luogo. Certo, al Senato qualche problema si pone, in quanto il ridotto numero di seggi limita un po’ gli spazi di rappresentanza sia per le regioni meno popolose sia per le forze politiche minori, anche in virtù dell’elezione “a base regionale” che esclude il recupero dei resti al di fuori del medesimo ambito territoriale regionale. A tal proposito, sarebbe stato preferibile assegnare alle regioni un numero minimo di seggi superiore a 3, ad esempio 4 o 5, il che avrebbe avuto l’effetto di sovrarappresentare leggermente quelle meno popolose, come avviene già oggi del resto, senza penalizzare eccessivamente le altre. Ma il vero tema, che per l’ennesima volta si è evitato di affrontare, è il superamento del bicameralismo paritario: creando un vero e proprio Senato delle Regioni non ci sarebbero state ripercussioni sulla rappresentanza – il Senato, a quel punto, non avrebbe più concesso la fiducia al governo – e più in generale si sarebbe  giustificata una riduzione dei seggi, che in assenza di una riforma complessiva del bicameralismo avrà un impatto istituzionalmente irrilevante e, pertanto, perde completamente di logica.

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