“La parola buonista è una perversione del linguaggio”. Conversazione con Moni Ovadia

“La parola buonista è una perversione del linguaggio”. Conversazione con Moni Ovadia

Incontriamo l’attore Moni Ovadia in vista di un evento speciale in programma a Quarto d’Altino (VE) in cui l’autore e interprete di Oylem Goylem rifletterà assieme al pubblico sui temi dell’accoglienza e della diversità, argomenti al centro del dibattito nell’Italia di oggi.

Moni, che cosa rappresentano le diversità per lei?

Sono convinto che siano il sale delle relazioni; se fossimo tutti uguali moriremmo di noia! Sono le diversità che hanno permesso all’uomo di generare quella varietà infinita di progetti, culture, arti, lingue, bellezze. Rifiutare queste differenze è come far implodere la vita stessa. E poi non dimentichiamoci che discendiamo tutti dallo stesso uomo, l’ homo sapiens sapiens africanus. Le differenze sono la bellezza molteplice dell’universale umano.

Molti non la pensano così, basta dare un’occhiata alla cronaca per notare come in Europa si viva in un crescente clima di intolleranza. Di recente lo stesso Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha denunciato una preoccupante ondata di xenofobia e razzismo.

Questi fenomeni non sono assolutamente da sottovalutare, vanno presi sul serio e contrastati. Mi fa impressione come non si sia tratto insegnamento dalle catastrofi causate dai nazionalismi del secolo scorso che ci hanno “regalato” ben due guerre mondiali. Io vedo questi atteggiamenti come degli arresti, delle paludi che si devono prosciugare affinché non fermino il processo di trasformazione dell’umanità. Non dimentichiamo che se non ci fossero state le migrazioni non ci sarebbero le diverse culture come le conosciamo oggi, l’Italia stessa è frutto di un meticciato. Le migrazioni sono il senso stesso del cammino dell’uomo.

Che ruolo ha il linguaggio in questo scenario di intolleranza?

Il linguaggio anticipa tutti i fenomeni rivelando in anticipo i trend che si svilupperanno nella società, segnalandoci come si trasformano le relazioni tra le persone. Certe parole non venivano usate in passato. Prendiamo per esempio “buonista”, un termine ideologico che io trovo ripugnante e che è frutto di una perversione del linguaggio. La bontà è uno stato d’animo proprio di chi è incline alla comprensione della sofferenza altrui, dandogli del buonista si disprezza questo stato d’animo. L’altro esempio è lo slogan “Prima gli italiani”, richiama tristemente il “Prima i tedeschi” della Germania nazista.

C’è un’ Italia che non ha paura di essere definita buonista, è una parte di Paese che fatica a trovare una voce? 

Non c’è ad oggi una forza politica libera e democratica che rappresenti l’Italia solidale, del volontariato, quella che rifiuta ogni forma di razzismo.

Il PD fresco di primarie, costituisce una buona alternativa ai gialloverdi? 

Il PD è un partito che ha avuto una sorta di mutazione dettata da esigenze elettorali, ha perso la propria anima e di conseguenza non può rappresentare questa Italia. Forse il nuovo segretario ritroverà i valori profondi di una Sinistra che si definisce tale. Il problema è che si è creduto per troppo tempo nella modernità scambiandola con l’attualismo. Essere attuali, ossia correre dietro alle mode, non vuol dire a tutti i costi essere moderni. Lo spiegava anni fa Carmelo Bene. Si è creduto per esempio che bisognava seguire la bufala della “terza via” di Tony Blair, lo stesso uomo che il Parlamento inglese ha definito un criminale di guerra. Oppure Bill Clinton che ha combinato un disastro smantellando le regulations di Roosvelt che impedivano alle banche di commettere porcherie speculative come i subprime. Io quando guardo agli Stati Uniti farei piuttosto riferimento a Bernie Sanders, certo, un democratico come Clinton, ma tra i due c’è una differenza abissale. Sanders, tra l’altro amatissimo dai giovani, appartiene a quella gloriosa tradizione socialista che è patrimonio della sinistra democratica. Lui non ha mai avuto paura di dichiararsi socialista in un’America che fino a pochi anni fa considerava la parola socialismo una bestemmia. Il Pd fino ad ora ha rincorso troppo la Destra su certi temi, ha fatto scelte a favore degli imprenditori più retrivi, non certo per quelli illuminati. Teniamo conto che aziende come Amazon e Google nel nostro paese non pagano una lira di tasse. Un partito di sinistra dovrebbe fargliele pagare tutte, non lo 0,1, 0,5%. 

E della questione lavoro che ne pensa? 

Io penso che per far lavorare la gente bisogna lavorare di meno sfruttando la robotizzazione e la tecnologia. Lavorare di meno per far lavorare più persone, auspicabilmente tutti. È un tema che già stanno affrontando gli svedesi e i tedeschi che in Germania stanno già sperimentano le 30 ore settimanali. 

Chi oggi non si sente rappresentato cosa deve fare? 

Per ora non vedo nulla all’orizzonte, io non voglio giudicare Zingaretti, che magari farà molto bene, ma al momento posso dire di non sentirmi nemmeno lontanamente rappresentato dalle forze politiche in campo oggi. Per aderire ad un partito devo sentire riconosciuti alcuni pilastri non negoziabili quali l’uguaglianza, la giustizia sociale, il rifiuto di ogni forma di guerra e l’applicazione rigorosa della Costituzione repubblicana. Per il momento, non aderendo ai partiti, da militante e attivista sono vicino alle cause che mi stanno a cuore. 

Il 15 marzo tantissimi giovani scenderanno in piazza per chiedere politiche efficaci che contrastino i cambiamenti climatici, quella ambientale è una causa che unisce gruppi sempre più folti di attivisti. 

Dispiace tuttavia che in Italia i Verdi stentino a guadagnarsi uno spazio mentre in Germania hanno fatto il botto. Quella ambientale rimane la madre di tutte le cause. 

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