Edicole, tra crisi e ingiustizie, vittime di un sistema inadeugato

di Roberto Mattei

Un viaggio incredibile nel mondo “nascosto” dell’editoria cartacea, tra moderno e vecchio, per raccontare la situazione paradossale e precaria dei giornalai italiani.

Una rete di vendita fitta e ben organizzata, presente anche nei luoghi più sperduti del paese, che è riuscita a stare al passo coi tempi grazie alla passione, all’impegno e allo spirito di sacrificio dei propri gestori, questa è l’edicola italiana.

«Bisogna essere intraprendenti, caparbi e avere buone capacità organizzative» afferma Andrea, edicolante di Ascoli Piceno, nel definire le caratteristiche del giornalaio italiano tipo.

Di primo acchito una simile dichiarazione potrebbe far sorridere, se si pensa che per diventare titolare di una rivendita non sono necessari titoli particolari. Tuttavia un edicolante è chiamato a gestire qualcosa come 6000 testate giornalistiche; una vasta gamma di prodotti non propriamente editoriali e servizi (dvd, cd, ricariche telefoniche, fotocopie, servizi fax ed email); più di 500 clienti al giorno da soddisfare con le richieste più disparate; tutte cose che fanno del titolare di un negozio di giornali una figura altamente professionale, considerate le conoscenze tecniche, contabili e informatiche richieste.

Purtroppo “non tutto è oro quel che luccica” e accanto a un processo dinamico e flessibile come l’edicola, esiste un sistema vecchio e statico come la rete nazionale di approvvigionamento o distribuzione. Si tratta di una organizzazione spesso ai limiti della logicità e sopportazione, in cui la completa assenza di innovazione e il livello qualitativo molto basso del prodotto hanno determinato in questi anni un vistoso calo delle vendite, accelerando la migrazione progressiva dei lettori verso i media informatici e generando  una preoccupante situazione di non ritorno.

In un sistema come questo, regolamentato da leggi che si perdono nella notte dei tempi (leggi n° 426/71, del 11 giugno 1971, e n° 416/81, del 5 agosto 1981), sono gli editori, i distributori nazionali e locali a farla da padrone.

Il cliente spesso se la prende con l’edicolante quando non trova in negozio la rivista che per una settimana intera ha visto in tv. In molti casi, l’assenza di un prodotto editoriale non dipende da una mancanza di professionalità del giornalaio o da una sua cattiva propensione al lavoro, ma da precise strategie commerciali della rete di distribuzione il cui intento è quello di traslare il lettore sul canale abbonamenti.

Non è il titolare di un’edicola a decidere cosa, quanto e dove acquistare ma la locale agenzia di distribuzione stampa, un fornitore “assegnato d’ufficio” che provvede a pianificare gli approvvigionamenti per la rivendita basandosi su dati statistici storici delle vendite, sulla tiratura nazionale del prodotto ma anche su amicizie, simpatie e accordi vari. E’ anche assurdo che un commerciante come il giornalaio, non possa scegliere il proprio fornitore di fiducia ma sia costretto a pagare per un prodotto e servizio spesso scadenti, pena l’interruzione immediata della fornitura giornaliera. Possiamo a questo punto comprendere perché, sempre più spesso, troviamo in edicola articoli molto più simili a “sacchi di patate” che a dei prodotti editoriali.

Il sistema di distribuzione nazionale non ha ancora capito ciò che il giornalaio ha ben compreso da tempo e cioè che per vendere, oggi non basta più esporre il prodotto ed aspettare che qualcuno lo acquisti, ma è necessaria una adeguata politica della qualità. L’attenzione per il cliente è la prima cosa da soddisfare. Non è possibile regalare un’agenda per l’acquisto di una rivista, aprire la confezione e scoprire che la “gentile donazione” è inutilizzabile perché vecchia di due o tre anni!

I commercianti di riviste lamentano inoltre tantissime altre scorrettezze che non basterebbe un libro intero per elencarle tutte.

Per solidarietà abbiamo inserito quelle più eclatanti: giornali che vengono regalati per centinaia di copie al giorno a: scuole, società, assicurazioni, palestre, cinema, teatri, società sportive; abbonamenti proposti con sconti ai limiti della moralità (spesso intorno al 50/70%) che hanno lo scopo di catturare il cliente al di fuori del canale edicola; distributori locali che approvvigionano l’edicola con esigue quantità di prodotti alto vendenti generando talvolta una concorrenza sleale tra rivendite attigue; editori che posizionano sul mercato giornali a prezzi talmente irrisori il cui guadagno non basta a ripagare neanche il tempo dedicato per il posizionamento degli stessi sugli espositori; prodotti editoriali che dovrebbero essere consegnati in conto deposito, con pagamento cioè a vendita avvenuta e che al contrario, vengono fatti pagare alla consegna; bolle di consegna dei materiali non sempre conformi con quanto dichiarato dalle normative vigenti; riviste che dimostrano l’assoluta assenza di un controllo qualitativo del prodotto sia da parte dell’editore che del distributore.

“La situazione attuale è diventata insostenibile. Le nostre rivendite vengono “bombardate” da prodotti che riempiono gli espositori ma che non si vendono. Se uno osserva questa rivista di cucina, ad esempio, si possono notare i segni di usura del tempo. E’ uno di quei prodotti che vengono riciclati in continuazione. Hanno prezzi sempre più bassi o vengono allegati ad altre opere ma… nessuno li vuole. Se continuerà così non avremo inoltre più lo spazio per muoverci all’interno dei nostri negozi ne i soldi per pagare le forniture settimanali». E’ veramente esausto e rassegnato Andrea, giornalaio, mentre mostra ai nostri occhi increduli quel giornale di cucina scolorito e lacerato che, date le condizioni, non dovrebbe di certo trovarsi in quel posto. Dalle sue parole, si può ben comprendere come queste pubblicazioni siano spesso il frutto di un riciclo infinito dei prodotti resi agli editori nel corso del tempo e che, anziché essere inviati al macero, vengono immessi nuovamente sul mercato con prezzi irrisori. Delle vere e proprie “porcherie” che fanno perdere visibilità alle riviste che “tirano”, compromettendone la vendita e mettendo il giornalaio in difficoltà nei pagamenti. In questo modo, tuttavia, la rete di distribuzione può continuare a “sopravvivere”, ai danni dell’edicola che anticipa i soldi prima ancora di aver venduto i prodotti. Un vero e proprio sistema di “strozzinaggio”, più volte denunciato da questa categoria di commercianti, ma che i preposti ai controlli fanno finta di non vedere e sentire.

Sono ormai le 20.00, la giornata lavorativa sta per concludersi e il nostro amico giornalaio si accinge a preparare la resa dei quotidiani. Un lavoro minuzioso e snervante, un impegno posto in campo con un misero compenso che lo impegna per 15 ore al giorno, 7 giorni su 7, con un solo giorno di riposo ogni due settimane!  Per lui, come per noi, è venuto il momento di chiudere. Vogliamo però lasciarvi accendendo un piccolo lume di speranza: da alcuni mesi, centinaia di giornalai si sono organizzati sul web dando vita su Facebook a “Giornalai d’Italia”, un gruppo di  discussione ben variegato dal punto di vista geografico e culturale che, giorno dopo giorno, sta mettendo in risalto tutte le carenze del sistema, proponendo adeguate azioni  di miglioramento.

Speriamo che l’impegno profuso da ciascuno di loro possa in breve tempo portare ad un fattivo rinnovamento.

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