Una stanza per la musica: Hotel Beethoven

Una stanza per la musica: Hotel Beethoven
John Baldessari, Beethoven's trumpet, 2007 (Fonte: Bozar)

La riapertura dei musei in Belgio e l’appuntamento con le esposizioni 

Il parziale ri-deconfinamento ha significato per gli abitanti all’estero, e in particolare per quelli di Bruxelles, una nuova e dinamica ripresa delle attività. Ma per gli amanti dell’arte questa seconda, ennesima, boccata d’ossigeno, ha rappresentato anche la possibilità di immergersi nuovamente nell’ambito delle esposizioni. Per guadagnare tempo, ho riempito un’agenda semi-vuota di appuntamenti culturali, preferendoli alla corsa ai regali natalizi. Il primo di questi ha a che fare con la musica, e in particolare con la reinterpretazione della figura mitica di Ludwig van Beethoven (1770-1827). 

Hotel Beethoven: una nuova mitologia per il musicista romantico

Hotel Beethoven, visibile (e “udibile” su Spotify) fino almeno a metà febbraio (crisi sanitaria permettendo) presso il museo di arte contemporanea della capitale belga, il BOZAR, nello storico edificio del celebre architetto Victor Horta, ripercorre, attraverso alcune stanze tematiche, l’eredità di una figura più che mitica quasi mitologica del romanticismo, e più in generale del ruolo del compositore nell’arte e nella società. Un’esposizione sicuramente composita e ambiziosa, che approfittando dell’anniversario dei duecentocinquanta anni dalla nascita di Beethoven, si pone come obiettivo principale di oltrepassare i limiti temporali e spaziali del compositore tedesco per sondarne le radici più profonde e indagarne il lascito culturale, antropologico e musicale. Attraverso un allestimento coinvolgente ma non invadente, che permette di entrare in vere e proprie camere numerate, come in un hotel abitato da personaggi di epoche e ambienti diversi ma complementari, Hotel Beethoven si interessa anche e soprattutto del fenomeno sempiterno dell’interazione fra arte e musica, e di come e quanto il pentagramma abbia influenzato artisti di ieri, ma soprattutto di oggi, nel processo artistico.   

Terry Adkins, Synapse, 2004 (Fonte: landmarks)

Dalle sculture-effigi della camera 1801, veri e propri calchi realizzati sul volto mitico (e ancora vivente) di Beethoven di Antoine Bourdelle e ai ritratti di Franz Von Stuck, alle dissacranti e demitizzanti serigrafie di Andy Warhol, che introducono alla figura in bilico tra genio romantico e “musicista pazzo” tipica della cultura pop; fino alle indagini somatiche dell’artista Terry Adkins, che pone la questione dell’identità del compositore nel contesto post-coloniale e alla luce del “Black lives matters”. Ma Beethoven non è solo il volto noto dallo sguardo intenso e assorto; è anche gli spartiti e la musica che componeva con meticolosa e puntuale precisione e in copiosa quantità. Gli iconici brani del suo repertorio, i cui “ritornelli” vengono ribattezzati quasi in chiave pop, diventano per gli artisti contemporanei un vero e proprio terreno di sfida: ne è un esempio la Sonata al chiaro di luna, soprannome attribuito all’epoca dal critico Rellstab alla più “anonima” Sonata 27 n. 2 del catalogo beethoveniano, completamente trasformata dal pianoforte fantasma dell’artista Katie Paterson, fino alle “geometrie sonore” ed emozionali di Christine Sum Kim. Nella camera 1970 si scopre, gradevolmente, un’inedita passione per Beethoven: negli anni della post-contestazione e della scoperta di nuovi generi musicali, il compositore Mauricio Kagel coinvolge, tra i vari artisti, Joseph Beuys per un progetto cinematografico sperimentale, Ludwig van. Rispecchiandosi nel suo conterraneo tedesco in una sorta di nomadismo interiore, Beuys architetta e rivisita lo spazio mitico di una delle case viennesi di Beethoven, nel tentativo di integrare il concetto di Laboratorium Artificiosum, atelier che è allo stesso tempo luogo fisico e fittizio, conoscendo l’abitudine inveterata del compositore a creare ovunque, accompagnato dal suo carnet tascabile. L’icona Beethoven è dunque immaginifica e indiscutibilmente sonora, ma è controbilanciata da una parte altrettanto fondamentale dell’esistenza personale e musicale del personaggio, nobilmente valorizzata nelle altre stanze della mostra: la sua sordità, di cui Beethoven aveva cominciato a manifestare i primi sintomi gravi all’età di ventotto anni e che lo aveva spinto, nel 1802, a redigere un testamento svelato solo dopo la sua morte nel 1827. I numerosi scambi di lettere manifestano tutta la sua frustrazione e la sua desolazione rispetto a questa importante disfunzione, ma anche tutta la sua dinamica energia nell’appoggiarsi alla musica come vero e proprio strumento salvifico. Lo soccorrono in questo gli artisti contemporanei che, come Baldessari, Oosterlynck e Marcklay, creano protesi, strumenti e video muti per forgiare nuovi spazi intrusivi e inclusivi all’ambiente sonoro circostante, scoprendo una nuova modalità personale di percepire la sonorità. 

Heartbeat Opera, Fidelio, 2018 (Fonte: The New York Times)

Nel silenzio complice spicca il progetto americano del 2018, anche questo all’insegna del “Black lives matters”, che ruota attorno al Fidelio: la rivisitazione dell’unica opera in due atti creata da Beethoven, in un momento storico critico (l’invasione di Vienna da parte dell’esercito napoleonico) diventa espediente artistico e performativo di autentica liberazione, in cui alcune corali di detenuti americani sono coinvolte nell’arrangiamento contemporaneo della composizione ottocentesca. Ad ulteriore riprova dell’efficacia universale del linguaggio musicale, politico e intellettuale di Beethoven, al di là e oltre la superficiale ostentazione di un personaggio iconico. 

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