Calvino e la città nel deserto: è possibile riempire queste giornate in casa?

Calvino e la città nel deserto: è possibile riempire queste giornate in casa?
Cenotafio di Newton

Una pagina per perdersi e (forse) per ritrovarsi. Capita sicuramente in questi giorni un momento di sospensione, una sensazione nemmeno troppo strana di vuoto in cui, memori del recente passato, fatto di impegni “inderogabili”, ci si interroghi sul senso non di quello che accadrà fra dieci anni e nemmeno su quello che avverrà fra dieci giorni, bensì su ciò che passa sotto i nostri occhi nel medesimo istante in cui pensiamo. Si entra in quel momento in una strana scatola circolare, aperta al di sopra, alla ricerca di una via d’uscita – ch’è è in alto probabilmente, ma non riusciamo a vederla – ripetendosi ossessivamente che fare, dove andare, dove vado. Inavvertitamente abbiamo toccato una domanda umana, maledettamente umana. C’è una risposta?

L’uomo che cavalca

La sensazione che si prova nel leggere la prima riga di una stupenda paginetta (Le città e la memoria. 2.) del mirabile Le città invisibili di Italo Calvino, ci inserisce proprio nell’orizzonte della domanda che ci poniamo. «All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene il desiderio d’una città». La città, la risposta, non è che il desiderio dell’uomo che cavalca, che vive. Il desiderio è ciò che spinge, ciò che rende passivamente attivi: siamo prigionieri di un desiderio che ci spinge alla ricerca, è la condizione in cui ci troviamo; non si tratta di qualcosa di astrattamente dedotto, ma ben visibile in ciò che quotidianamente esperiamo e che, spesso, ci spinge a compromessi. Immaginiamo però che la risposta cercata dalla nostra domanda e dall’uomo che cavalca di Calvino, sia una risposta che non accetta compromessi, assoluta si potrebbe dire. Essa è allora animata da desiderio puro, che non significa necessariamente santo: il desiderio puro, di fronte all’impossibilità di pervenire alla metà, diviene talvolta furore, pazzia che non accetta più alcun limite.

Isidora, la città del ricordo

«Finalmente giunge a Isidora». Il desiderio, in questo caso, non diviene furore, ma perviene a una metà. Si tratta, forse, dell’uscita da quella scatola circolare, di cui si accennava in apertura. Isidora è un nome parlante: significa “dono di Iside”. Iside è la divinità egizia che aiuta gli uomini a passare nell’aldilà. Isidora è la città dei sogni dell’uomo che, ormai, ha cavalcato. Essa si presenta con tutte le sue bellezze e i suoi ricami. «I palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città». Il nostro uomo è effettivamente contento: ogni suo desiderio, “la città dei suoi sogni” così come dice Calvino, pare esaudito. Ma sopravviene una differenza. Il nostro protagonista si accorge, nel momento in cui realizza di essere arrivato, di essere arrivato. La gioventù era il desiderio della città, della risposta. La risposta, invece, sopraggiunge quando ormai non c’è più nulla da desiderare, quando non c’è più nulla da chiedere. In quel momento, «i desideri sono già ricordi».

Quella città che desideriamo è Isidora, dono di Iside. Giunti a essa, anche il desiderio, che è ciò che ci spinge sarà finito. E, allora, vivere.

Ma avremo risposto alla domanda che chiede risposta? Vale la pena interrogare, di nuovo, Calvino.

 

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