Dante e il primo de li suoi amici: Guido Cavalcanti

Dante e il primo de li suoi amici: Guido Cavalcanti

Il 21 febbraio è la giornata internazionale della lingua madre, indetta nel 1999 dall’UNESCO con l’obiettivo di promuovere la madrelingua, le diversità linguistico-culturali e il multilinguismo insito nella società contemporanea. In occasione di questa festività laica, cerchiamo di introdurci nella vita del Padre della lingua italiana, analizzando uno dei nodi più complicati e interessanti della vita di Dante, ovvero il rapporto con Cavalcanti.

Dopo un sodalizio iniziale istaurato tra i due, si giunge infatti in breve tempo a una frattura, frutto di una polemica poetica e politica. Guido Cavalcanti, nato a Firenze intorno al 1258, è considerato da Dante come il primo de li miei amici ed è sempre stato per il giovane poeta toscano un mentore e un modello poetico, degno di stima. A causa del suo carattere violento, però, nel 1300 il rapporto si incrina e Guido viene condannato all’esilio dallo stesso Dante, Priore di Firenze a quel tempo. Ammalatosi di malaria, muore poi nella propria città natale nell’agosto dello stesso anno.

IL SODALIZIO: DANTE ENTRA NELLA CERCHIA DI CAVALCANTI

La Vita Nova e la Divina Commedia sono pregne di notizie riguardo al legame tra i due poeti toscani, a partire dal sonetto iniziale della prima opera: A ciascun’alma presa e gentil core. Qui Dante si rivolge ai trovatori per proporre un sonetto sul motivo del sogno in cui il cuore del poeta viene mangiato dalla donna amata, chiedendo una spiegazione ai suoi interlocutori. Il reale obiettivo risulta però essere la volontà di dare prova delle proprie capacità compositive e, quindi, di avere le carte in regola per poter far parte della “cerchia di Cavalcanti”.

Al sonetto risponde anche lo stesso Guido con Vedeste, al mio parere, onne valore, dando così inizio al sodalizio tra i due poeti. La risposta di Guido, insofferente nei confronti degli scenari onirici, è una dichiarazione provocatoria e sarcastica. Cavalcanti vuole far capire a Dante che la gioia nata da Amore è fittizia poiché, al termine del sogno, il dolore riprenderà il suo posto.

Se nella Vita Nova Dante desidera ardentemente essere annoverato tra i poeti della scuola cavalcantiana, nella più matura Commedia egli riconosce apertamente il proprio valore poetico e dimostra di aver addirittura superato il suo tanto ammirato maestro. Dante attribuisce a Cavalcanti il merito di preso il posto di Guinizelli ma, allo stesso tempo, riconosce la presenza di un nuovo poeta (che non è altro che lo stesso Dante), che ha oscurato con le proprie capacità entrambi i maestri.

LA FRATTURA POETICA: LA VISIONE DIVERSA DELL’AMORE

La seconda fase del rapporto tra Dante e Guido consta, invece, nella tenzone poetica caratterizzata da Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io del primo e S’io fosse quelli che d’Amor fu degno del secondo. Guido, rispondendo al componimento dantesco, sente il bisogno di specificare il suo distacco dai vecchi amici, ritenendo Amore solo un ricordo, anche se le sofferenze inflittegli sono ancora in atto. Guido è consapevole quindi della crudeltà di Amore, contrariamente a Dante che, invece, dimora in un ingenuo ottimismo e viene visto dall’amico come un uomo poco forte e inadatto per conoscere davvero Amore e per sopportare le sue pene.

La frattura tra i due si fa ancora più profonda nel sonetto cavalcantiano I’vegno ‘l giorno a te ‘nfinite volte, in cui l’autore mette in chiaro il fatto che un’incolmabile distanza separa la sua visione dell’amore da quella di Dante e, allo stesso tempo, rimprovera quest’ultimo in maniera assai severa per il suo essere poco interessato all’aspetto carnale e passionale dell’amore. Guido utilizza parole prese dalla penna dello stesso amico, dimostrando rammarico per la rottura della loro amicizia.

Un altro piccolo tassello di questa diatriba artistica è caratterizzato da alcuni importanti passi della Vita Nova, in cui Dante fa passare il testimone da Giovanna a Beatrice, come la poesia di Cavalcanti cede il passo alla sua. Il Poeta mette in risalto il fatto che Guido non abbia amato in realtà veramente Giovanna, considerandolo perciò falso nei suoi atteggiamenti e nelle sue poesie.

L’APICE DELLA POLEMICA: L’ALLIEVO SUPERA IL MAESTRO

L’apice della polemica di Cavalcanti contro Dante si evince, però, in Donna me prega. Innanzitutto, riguardo all’aspetto metrico-stilistico, Cavalcanti si riallaccia a Guittone, in contrapposizione a Dante che, nella Vita Nova, aveva appena dichiarato la sua separazione da quella scuola poetica. Per Dante, l’amore non esiste senza l’ausilio e il fedele consiglio della ragione; per Guido, è turbamento continuo, privazione della vita, riso trasformato in pianto. L’atteggiamento di Guido verso Dante è un richiamo all’ordine, una difesa della concezione tradizionale dell’amore, nonché della metrica guittoniana.

Nel canto X della Commedia, infine, l’amicizia oltrepassa i limiti del dissidio ideologico e Dante lascia un barlume di speranza all’amico, rassicurando Cavalcante sul fatto che il figlio non sia morto e che, quindi, possa ancora convertirsi. Dante non tralascia, però, di rispondere alle critiche mosse tramite Donna me prega e dispone la replica in tre parti: nel V canto dell’Inferno dimostra l’erroneità delle teorie cortesi che hanno causato la perdizione di Paolo e Francesca, nei canti XVII e XVIII del Purgatorio enuncia la teoria dell’amore aderente ai precetti cristiani e, nei canti XXI e XXII del Purgatorio, mette in rilievo il raggiungimento della salvezza tramite l’amore puro e cristiano presente nell’episodio di Stazio.

Se quindi Donna me prega è considerata una critica ideologico-poetica nei confronti della Vita Nova dantesca, con il conseguente rifiuto da parte di Guido della dedica del libretto, la Commedia si pone invece come replica alle critiche mosse da quest’ultimo, segnando la definitiva vittoria dell’allievo sul maestro.

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