Bugatti non parla più tedesco: addio a quasi trent’anni di storia
C’è un momento in cui anche le storie più belle finiscono. E quando finiscono, lasciano sempre qualcosa di strano nell’aria, una nostalgia mista a curiosità per quello che verrà. È esattamente quello che si prova leggendo la notizia che ha fatto il giro del mondo dell’automotive nelle scorse settimane: il Gruppo Volkswagen ha rotto tutti i legami con Bugatti, la Casa francese rinata nel 1998 per volere dell’allora plenipotenziario di Wolfsburg, Ferdinand Piëch.
Quasi trent’anni. Tre decenni in cui una delle sigle più nobili della storia dell’automobile ha parlato, nella sostanza, tedesco. Un matrimonio tra la raffinatezza francese di Molsheim e la precisione ingegneristica di Wolfsburg che ha prodotto mostri sacri come la Veyron e la Chiron, macchine che non sono semplici automobili, sono dichiarazioni di intenti. Manifesti di ciò che l’essere umano è capace di fare quando non si pone limiti.
Porsche ha ceduto il suo 45% in Bugatti Rimac e il 20,6% nel Rimac Group a un consorzio guidato dalla società di investimenti newyorkese HOF Capital. Il principale azionista del consorzio è BlueFive Capital, con sede ad Abu Dhabi. I termini economici? Riservati. Le parti si sono impegnate al silenzio su cifre e dettagli. Ma secondo le stime circolate, Bugatti Rimac vale più di un miliardo di dollari, il che significa che Porsche potrebbe aver incassato circa 500 milioni di dollari dalla sola cessione della quota nell’azienda degli hypercar.
Con questa operazione, il coinvolgimento del Gruppo Volkswagen con la leggendaria casa automobilistica francese si conclude dopo quasi trent’anni, da quando Bugatti venne acquisita nel 1998.
Sarebbe romantico pensare che si tratti di una scelta filosofica, di un distacco sereno da qualcosa che aveva fatto il suo tempo. La realtà è più prosaica, e più interessante. Il 2025 è stato un anno brutale per Porsche: l’utile operativo è crollato del 93%, passando da 5,64 miliardi di euro a soli 410 milioni. Dazi americani, mercato cinese in picchiata, investimenti nell’elettrico che non rendono quanto promesso: la Porsche che vende Bugatti è una Porsche che deve fare i conti con la realtà.
La mossa segue anche una contrazione del 10% nelle vendite globali nel 2025, con il mercato cinese come principale responsabile del crollo. Tenere una quota in una joint venture che produce hypercar da milioni di euro in tiratura limitatissima non era più sostenibile. Bisognava tagliare. E si è tagliato con il bisturi.
Il vero protagonista di questo passaggio di consegne è Mate Rimac, il genio croato che ha costruito dal nulla un’azienda capace di sedere allo stesso tavolo dei grandi. Rimac Group assume la guida piena della joint venture Bugatti Rimac, diventando il socio di riferimento del progetto automobilistico. È lui che ora tiene in mano le chiavi di Molsheim.
E Bugatti, sotto la sua guida, non sembra intenzionata a fermarsi. La Mistral segna la fase finale dell’era del W16, chiudendo uno dei programmi motore più estremi mai messi in produzione. La Tourbillon dà invece un’idea di quello che verrà: un V16 aspirato da 8,3 litri abbinato a tre motori elettrici, per una potenza complessiva di 1.775 cavalli. Electrification is the new black, anche a Molsheim.
C’è una lezione che va oltre i bilanci e le quote azionarie. Per quasi trent’anni, la Germania ha dimostrato che l’eccellenza industriale si tutela, si finanzia, si coltiva. Ferdinand Piëch comprò Bugatti quando era un marchio morente, e la trasformò in un simbolo planetario del lusso in movimento. Non lo fece per i numeri, Bugatti non ha mai guadagnato abbastanza da giustificare i costi, lo fece per visione. Per orgoglio industriale. Per quella convinzione, tipicamente europea e sempre più rara, che certe cose vadano fatte perché hanno valore in sé.
Oggi quella visione si scontra con i dazi di Trump, con il mercato cinese che non perdona, con la transizione elettrica che brucia capitali. E allora si vende. Si razionalizza. Si “focalizza sul core business”, come dicono i comunicati stampa.
Bugatti tornerà a essere pienamente francese nell’anima e croata nella guida. Chissà che questa libertà ritrovata non sia l’inizio di un nuovo capitolo ancora più straordinario. La storia del Toro di Molsheim, del resto, è tutta una serie di resurrezioni.




