Molly. Femminilità, mortalità e flusso di coscienza
Due donne, una sala d’attesa e la prenotazione per una mastoplastica additiva. Sono le premesse di “Molly” opera teatrale di Ester Palma e Giovanna Biraghi, andata in scena presso il Teatro delle Muse di Roma per la regia di Tommaso Arnaldi.
Se durante le lezioni di letteratura al liceo non stavate dormendo o spostando spasmodicamente lo sguardo verso l’orologio appeso alla parete nella speranza che quell’ora interminabile finisse il prima possibile, vi sarà capitato di sentir parlare di James Joyce e del suo romanzo “Ulisse”.
Il capolavoro dello scrittore dublinese può vantare di essere sviluppato, almeno in determinate fasi, con la tecnica nota come “stream of consciousness” o “flusso di coscienza”. Caratterizzata dall’assenza di punteggiatura e di sintassi, questa tecnica di scrittura simula la frenesia e la concitazione del pensiero umano prima di essere elaborato in frasi di senso compiuto. Alternando questo particolare stile ad uno più classico, “Ulisse” racconta la giornata di un uomo qualsiasi, l’ebreo irlandese Leopold Bloom. Una giornata equiparata ad un viaggio di formazione come quello del noto eroe dell’Odissea.
“Molly” racconta da una prospettiva completamente inedita uno dei personaggi principali di “Ulisse”. Parliamo della moglie del protagonista, Molly Bloom, la quale, in netto contrasto con la sua equivalente omerica Penelope, tradisce il marito quasi con costanza e regolarità.
Nessuno mi può giudicare, nemmeno io
Molly Bloom (Maria Sofia Palmieri), intenzionata a prenotare un’operazione di chirurgia estetica per rifarsi il seno, si ritrova a confrontarsi con la segretaria Alma (Maria Cristina Maccà). La donna in breve tempo dimostra di sapere molto più di quanto dovrebbe sulla ragazza, e quello che inizia come un semplice confronto tra persone dai trascorsi simili ma con età diverse, assume contorni molto più esistenziali e introspettivi.
Pur essendo dichiaratamente derivativo, “Molly” è un prodotto che parla a tutti, dai conoscitori dell’opera di Joyce a coloro che non lo hanno mai approcciato. Anzi, l’opera teatrale si prende addirittura delle notevoli libertà rispetto del romanzo originario. Si pensi l’ambientazione ai giorni nostri anziché nel 1904. O anche all’introduzione del personaggio di Alma, nei cui panni Maria Cristina Maccà domina letteralmente la scena come controparte di Maria Sofia Palmieri. Quest’ultima carica il personaggio di Molly con fragilità e sensualità in egual misura, in una performance ulteriormente impreziosita da alcuni numeri di danza aerea per i quali l’attrice si è preparata presso la scuola di danza Chat Noir.
Ma la cosa forse più apprezzabile, e al tempo stesso più coerente con lo spirito dello stesso “Ulisse”, è che l’uso del personaggio di Molly Bloom è in realtà esclusivamente un pretesto. Un espediente per affrontare tematiche universali. La presa di coscienza della propria mortalità. La sessualità fine a sé stessa che così come l’amore non riesce a colmare un vuoto interiore troppo grande. E la superficialità esteriore dietro la quale si cela la paura di affrontare una profondità emotiva troppo forte per essere sopportata. Il tutto da un punto di vista prettamente e squisitamente femminile.




