Articolo 1: Monir Ghassem porta in scena la Repubblica fondata sul lavoro… precario!
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Così recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ed è proprio da qui che parte Articolo 1, lo spettacolo di stand-up comedy di Monir Ghassem, andato in scena in diverse città italiane a partire dallo scorso ottobre e tornato a Roma il 28 maggio, al Maison Rosé, nel quartiere Pigneto.
Monir Ghassem, trentaduenne per metà iraniana, laureata in Relazioni Internazionali, è stand-up comedian dal 2021 ed è nota al pubblico anche per le sue partecipazioni televisive, da Comedy Central a Propaganda Live. È inoltre autrice, insieme a Rosa Di Sciuva — che ha aperto la serata al Maison Rosé — del podcast Svergognate, in cui le due affrontano i temi più disparati insieme ai loro ospiti, unendo il linguaggio della comicità a quello della terapia, un po’ come quando negli anni Duemila cercavamo di capire la nostra personalità e la nostra affinità con partner rispondendo ai quiz di Cioè.
Monir Ghassem si è laureata grazie a una borsa di studio in una delle università private più prestigiose della capitale. Eppure, nemmeno questo le è bastato per trovare facilmente lavoro. Da qui nasce il titolo dello spettacolo e il suo tema centrale: l’Italia sarà pure una Repubblica fondata sul lavoro, ma il problema, spesso, è trovarlo questo lavoro.
Articolo 1 diventa così un monologo che dà voce alla difficile condizione lavorativa dei neolaureati in Italia. Ma non solo. È anche uno spettacolo che esplora diverse sfumature del disagio contemporaneo: la crisi generazionale, la precarietà, il razzismo interiorizzato, il rapporto complicato con il mondo adulto, fino alle colleghe fissate con l’aperitivo come momento in cui aprirsi a confidenze totalmente non richieste.
Lo spettacolo prova a fotografare il passaggio alla vita adulta ed è rivolto soprattutto alla generazione dei millennial: una generazione confusa, sospesa in un’incertezza tanto lavorativa quanto sentimentale e affettiva. I millennial sono le persone che, negli anni Duemila, hanno avuto la “London calling” e sono partite per Londra a lavorare, le ultime a poterlo fare liberamente prima della Brexit. Sono le persone che hanno affrontato per prime i colloqui a step, una sorta di Hunger Games con fasi a eliminazione in stile Squid Game. Sono le persone dei contratti sempre più precari, della ricerca sempre più drammatica di una casa, della richiesta di un mutuo che spesso sembra un traguardo irraggiungibile.
Sono le persone cresciute con Tre metri sopra il cielo, con Step e Babi che fanno l’amore per la prima volta dopo aver scassinato il Castello di Santa Severa per entrare. Per loro sono stati eretti standard altissimi a cui puntualmente nessuno è riuscito a essere all’altezza. Da qui nasce anche la difficoltà di comunicare con la generazione precedente, a cui sembra spesso impossibile spiegare il peso delle proprie fragilità e delle proprie difficoltà.
C’è poi un altro immaginario che ha segnato profondamente questa generazione: quello del sogno americano. Peccato che, mentre negli Stati Uniti andava in onda Sex and the City, con le sue possibilità economiche apparentemente illimitate e una vita sessuale libera e scintillante, in Italia avevamo Un medico in famiglia: un medico della Asl squattrinato, la cui unica vera ricchezza erano i figli. Una fiction che oggi, per molti aspetti, potremmo definire “invecchiata male, a tratti malissimo”.
Tra i momenti più significativi dello spettacolo c’è anche il racconto dell’interruzione di gravidanza, che testimonia quanto sia ancora complesso, per molte donne, accedere liberamente e senza giudizio a un diritto previsto dalla legge. In questo passaggio la comicità non cancella il peso dell’esperienza, ma lo rende condivisibile, trasformando un tema privato in un momento di riconoscimento collettivo.
Lo spettacolo di Monir Ghassem è divertente, diretto, interattivo. Riesce a coinvolgere il pubblico e a costruire una complicità immediata con chi ascolta. È uno spettacolo in cui i millennial si riconoscono, perché parla alla generazione del disagio per eccellenza senza compatirla e senza assolverla del tutto, ma restituendole complessità.
Non è un caso che, in questo periodo, stiano avendo grande successo prodotti culturali come podcast e spettacoli di stand-up pensati dai millennial per i millennial. Non si tratta soltanto di intercettare un target, ma di rispondere a un’esigenza. I millennial sembrano avere bisogno di essere visti, ascoltati, raccontati. Hanno bisogno di condividere esperienze, di riconoscersi negli altri, di ritrovare luoghi di incontro. Forse ciò a cui assistiamo non è soltanto il successo di una comicità generazionale, ma il tentativo di ricostruire spazi di comunità. Spazi in cui il disagio, una volta nominato, può diventare meno solitario. E in questo senso Articolo 1 non è soltanto uno spettacolo comico sul lavoro, ma un ritratto ironico e amaro di una generazione che continua a cercare il proprio posto nel mondo.




