Il napoletano che non si è perso nella capitale
Nella periferia dell’Appia, dove le strade larghe corrono verso l’ippodromo e i sampietrini cedono il posto all’asfalto anonimo, un uomo ha trasportato Napoli senza dimenticarla.
C’è un punto sulla Via Appia Nuova dove la città dimentica di essere eterna: il parco finisce, le pietre smettono di raccontare, e quello che resta è un nastro d’asfalto che corre veloce verso Capannelle, tra capannoni e ingrossi di sanitari, tra palazzi che non chiedono di essere guardati. È qui, in questo angolo di Roma che sfugge alle cartoline e alle guide, che Angelo Pezzella ha scelto di piantare radici.
Non lo ha fatto per caso, e forse nemmeno per calcolo, lo ha fatto con quella tenacia silenziosa di chi viene da un’altra città, da un altro modo di intendere il pane, la farina, il fuoco. Campano di nascita, ex incastonatore di brillanti e orologiaio, Pezzella è arrivato alla pizza per una di quelle conversioni che solo la passione sa giustificare. Prima un locale a Caserta, poi le cucine di Rossopomodoro, poi il 2016 e quella insegna sull’Appia che inizialmente si chiamava That’s Amore e che alla fine ha preso il nome di chi vi lavora ogni sera davanti a forni a legna.
Ci si arriva solo se si sa dove andare, solo se qualcuno te lo ha detto, solo se hai percorso quella distanza di fede che separa il centro dai luoghi autentici e forse è proprio questa distanza il primo ingrediente della ricetta di Pezzella: invogliare il cliente a volerci venire davvero.
A vista sulla sala, ristrutturata nel marzo 2026 da De Santis forni, Mondi design soluzioni informa e Pibe general contractor, ci sono le due postazioni dei forni, dove Angelo lavora affiancato dal figlio Gaetano: due generazioni davanti alla stessa fiamma, in 160 metri quadrati che adesso comprendono anche un dehors coperto, godibile in ogni stagione come un respiro trattenuto.
La pizza di Pezzella non cerca di stupire per stupire, l’impasto nasce da una biga di Tipo 1 con chiusura classica di farina 00, e ciò che ne esce è un canotto non estremo, ben alveolato, con un cornicione pronunciato ma non esibizionista. La tradizione napoletana è interpretata in senso filologico: rispettata, non imbalsamata.
Ma è nelle pizze speciali che Pezzella rivela la sua indole di artigiano con cultura. La Martucci è una dedica al pizzaiolo Francesco Martucci, uno dei maestri più amati d’Italia, composta con vellutata di friarielli e acqua di ricotta, salsiccia e provola di Agerola. La Verdone omaggia invece il regista romano Carlo Verdone con fiordilatte, carciofi bianco di Pertosa presidio Slow Food, guanciale croccante e scaglie di pecorino con menta romana: un incrocio riuscito tra i due mari, tra due tradizioni che qui smettono di litigare e imparano a stare sul disco insieme. La 1095 porta il numero civico della pizzeria come titolo, un indirizzo che diventa ricetta, un luogo che si fa cibo.
Roma e Napoli hanno litigato per secoli su tutto, anche sulla pizza. Ma qui, all’1095 dell’Appia Nuova, quella diatriba si scioglie nel calore di un forno a legna. Angelo Pezzella non ha portato Napoli a Roma per difenderla o per imporla. L’ha portata per condividerla, con la stessa semplicità con cui un padre insegna al figlio come si stende un impasto. E ogni sera che la sala si riempie è la prova che le cose vere non hanno bisogno né del centro né delle vetrine; hanno bisogno solo di chi le sa fare.




