Intervista a Florinda Fiamma, giornalista culturale e conduttrice
Florinda, lei lavora da anni a Rai Radio 3, conducendo programmi come Pagina3e Fahrenheit. Cosa rende la radio culturale ancora indispensabile in un’epoca dominata dai social e dai podcast?
La forza della radio e di Radio 3 in particolare è che ha delle caratteristiche ben definite, si occupa di tante cose dalla letteratura, alla scienza, alla filosofia, alla storia, alla musica (in tutte le sue declinazioni: dal jazz alla cosiddetta classica, passando anche per il rock, l’elettronica e la sperimentale). E questo rende Radio 3 molto varia, ma anche molto riconoscibile: chi l’ascolta, l’ascolta non perché ci passa per caso, ma perché la sceglie e quindi anche questo la rende indispensabile per molte persone, per fortuna. Inoltre, non va in conflitto con i social o i podcast, anzitutto perché praticamente tutto quello che va in onda su Radio 3 è riascoltabile su Rai Play Sound e quindi fruibile in podcast. Poi perché creiamo anche dei podcast originali in aggiunta al palinsesto e poi perché la diffusione social non lo ritengo un contrasto, ma anzi un aiuto a far conoscere i contenuti di Radio 3 anche a chi magari non capita in ascolto in FM.
E quindi la radio resta indispensabile sia per il suo palinsesto, che secondo me è molto ben strutturato dalla mattina alla notte, in più permette a ciascuno di scegliere e di selezionare quello che vuole ascoltare in altri orari, mentre va in bicicletta, mentre si allena, mentre fa altro e quindi scegliere di non seguire il palinsesto così come è stato pensato, ma di crearsene uno tutto suo. Del resto, questo è il concetto dei podcast, e noi abbiamo la possibilità, fortunatamente da tanti anni, di essere fruibili anche online e quindi di integrare il concetto di podcast a quello di radio tradizionale.
Lei ha anche esperienza come giornalista freelance per L’Uomo Vogue e Rolling Stone e come consulente editoriale. Radio, stampa e editoria. Quale dei tre filoni comunicativi ti appassiona di più e perché?
Ho scritto diversi anni per le riviste Rolling Stone, L’uomo Vogue, ma anche il Mucchio e poi io ho scritto anche per la televisione, ho lavorato per delle case editrici come Castelvecchi e l’Ancora del Mediterraneo e poi sono approdata in Rai, prima in TV, in programmi di divulgazione culturale e alla fine in radio. È la radio quella che mi ha conquistata.
Ma credo che, il fatto che io abbia conosciuto il mondo culturale da vari punti di vista mi sia servito moltissimo per fare radio. Ho corretto le bozze, fatto editing, sono andata alle fiere internazionali, per esempio, a quella di Francoforte, ho visto come si scelgono i libri da case editrici straniere, quali sono i filoni editoriali e le identità culturali di ciascuna casa editrice. E poi sapere come funziona tutta la filiera da appunto da quando si compra o si immagina un libro, da quando ti arriva e bisogna lavorarci con l’editing, bisogna ripulirlo poi con le letture di bozze, bisogna impaginarlo e vedere il lavoro degli uffici stampa sia quando lavoravo in casa editrice, sia quando mi chiamavano per raccontarmi i libri da recensione dire sulle riviste o in televisione o in radio: ecco conoscere come funziona tutta questa filiera mi aiuta molto, adesso che racconto i libri. Mi aiuta moltissimo anche a raccontarli con più profondità, a conoscere cosa c’è dietro ciascun testo, quali sono le motivazioni per cui una casa editrice preferisce alcuni autori e autrici, o temi. Le case editrici che più mi convincono sono quelle che hanno un’identità editoriale che li contraddistingue, che li differenzia da tutte le altre e che all’interno dello stesso piano editoriale conservano delle chicche che possono comunque sorprenderti.
Perché mi appassiona di più la radio? È diventata il mio lavoro, è diventata quella la mia forma espressiva. Anche se sei la stessa persona scrivevo in modo diverso quando dovevo farlo per le riviste, scrivevo in modo ancora diverso quando lo facevo per una trasmissione che andava in onda su Rai Storia. Sono certamente sempre la stessa persona ma parlo in modo diverso al microfono di Fahrenheit e quello di Pagina 3, ma non perché io sia fatta di mille pezzettini. La radio è il mezzo che mi permette di stare a casa con le persone, in macchina loro o mentre corrono o mentre stanno in bicicletta o in motorino, è un medium caldo, una cosa che per chi ascolta è familiare: molti ascoltatori e ascoltatrici mi scrivono come se fossi una di famiglia, un’amica perché ti ascoltano per tanto tempo e il tuo modo di parlare, il tuo modo di raccontare diventa loro vicino.
Nel suo lavoro incontra continuamente scrittori, editori, intellettuali. Quale caratteristica di un libro, o di un autore, la convince a raccontarlo in radio?
Anzitutto, i libri, sia saggi che romanzi, vengono prevalentemente scelti dalla redazione di Fahrenheit. Poi è chiaro che ci sono delle propensioni, per esempio, loro sanno che io amo molto i classici, per cui se esce una nuova edizione di Jane Austin o di Medea, cercano di farla fare a me perché sanno che mi appassiona.
Poi spesso le scelte avvengono in base alla presenza degli autori a Roma, soprattutto per quanto riguarda gli autori stranieri, se sono a Roma per un festival, un evento e vengono fissati, diciamo, capitano al conduttore alla conduttrice che si trova quella settimana. Per quanto riguarda i romanzi, chiaramente verifichiamo con le case editrici, quali sono le ultime uscite, chi è disponibile e poi certo, io scelgo quando le voci mi sembrano più autentiche, più originali, chi racconta una storia in un modo poco convenzionale o poco e non già sentito.
Oggi, il giornalismo culturale è spesso considerato di “nicchia” e sembra trovare sempre meno spazio nei media. È d’accordo? Se sì, come mai?
A Radio 3 in realtà ha ampio spazio, conduco Pagina 3 che è la rassegna stampa culturale che va in onda dal lunedì al venerdì per mezz’ora, poi il sabato c’è Pagina 3 internazionale che prende proprio in considerazione invece la rassegna stampa culturale estera, ma anche Fahrenheit parla ogni giorno di cultura, in qualche modo anche Tutta la città ne parla.
Sì, sicuramente gli altri media tradizionali se ne occupano di meno, ci si occupa più di politica, di geopolitica, in questo periodo l’attualità è indubbiamente strabordante, paurosa, ci spaventa e quindi forse si preferisce parlare di questo. Oppure, l’altro lato dello specchio, è quello della leggerezza assoluta, che serve anche lei.
Eppure, la cosa che permette una rassegna stampa culturale o, ancora di più, una “lettura culturale” dell’attualità è questo: dare una lente di ingrandimento più ponderata, più riflettuta, tramite la quale si possono leggere anche i fatti d’attualità, ma appunto con uno sguardo diverso, più profondo, più attento e che, forse, può ampliare le prospettive di tutto, anche dell’attualità più stringente.
C’è un libro o un autore che l’ha segnata in modo particolare, che ha cambiato il suo modo di guardare la letteratura o il giornalismo culturale?
Sì, ce ne sono stati molti chiaramente, ma il primo in assoluto riguarda la me giovane lettrice di provincia. Quando ero ragazza ed ero al liceo mi ha cambiato la vita trovare su una bancarella Kafka, La metamorfosi. Quel libro mi ha sconvolto e diciamo che i racconti assurdi dell’assurdo di Kafka hanno proprio cambiato il mio modo di leggere, di cercare autori e autrici, mi hanno cambiato e formata come lettrice, da allora non sono più riuscita a leggere libri per ragazzi. Poi ho letto Il castello, America, insomma quasi tutto quello che ha scritto Kafka, anche biografie su di lui. Ecco, quello è il libro che davvero forse mi ha segnato e mi ha fatto capire che sarei diventata una grande lettrice, poi non sapevo che sarei diventata una lettrice professionista, cioè l’avrei fatto per lavoro, però lì ho capito che la lettura di alcuni scrittori o scrittrici ti poteva cambiare la vita.
Invece una scrittrice che ho conosciuto da grande, quando già lavoravo, e che anche lei mi ha cambiato molto è Shirley Jackson, quando ho letto Abbiamo sempre vissuto nel castello o La lotteria, ho capito che c’era un modo di raccontare le cose spaventoso, gotico, surreale, per raccontare le fragilità, le paure, le ossessioni in un modo così incredibile da diventare vere e vicine al nostro sentire.




