Spie, Afghanistan e comunismo, intervistando Owen Matthews
Buonasera Owen, nel tuo libro La spia perfetta (Ed. Settecolori) metti alla luce un personaggio tanto importante per la storia contemporanea quanto sconosciuto a molti: Richard Sorge. Come nasce l’interesse per Sorge?
Richard Sorge è una persona famosissima in Russia. Nel mondo occidentale lo conoscono gli appassionati di spionaggio, storici specializzati e simili, ma non è famoso a livello mondiale. In Russia invece lo è. È una sorta di punto di riferimento culturale importante. È un eroe nazionale per i russi. Io lavoravo come corrispondente a Mosca da molti anni, e cercavo un eroe. Il mio libro precedente raccontava questa storia tragicomica del tentativo della Russia imperiale di colonizzare l’America, un episodio che pochi conoscono. Nel 1812, l’avamposto più a sud dell’Impero russo si trovava a 70 miglia a nord di San Francisco. L’eroe del mio libro precedente si chiamava Nikolai Ozanov. Era moralmente ambiguo: era al tempo stesso un buono e un cattivo, coinvolto in eventi di portata storica mondiale. Sorge segue lo stesso schema. È moralmente ambiguo, ha una personalità complessa e contraddittoria. Ma la cosa più importante è che è una persona che si trova al crocevia di eventi storici enormi. E non si limita a subirli, non è solo una vittima: in qualche modo significativo si trova in una posizione in cui potrebbe cambiare il corso della storia. Questo è ciò che mi ha spinto a scegliere Sorge.
Mentre stavo facendo ricerche per un nuovo libro, un nuovo eroe, ho letto tutti i libri occidentali – ce ne sono diversi molto buoni su Richard Sorge, uno scritto negli anni ’60, uno negli anni ’80 da un corrispondente del Times di Londra. Ma mi sono reso conto che tutte le biografie in inglese citavano le stesse fonti giapponesi, perché dopo l’arresto di Sorge i giapponesi lo interrogarono in modo molto approfondito, e quegli archivi esistono. Quindi avevano la storia di Sorge in Giappone, un po’ di Shanghai, ma nessuno dei libri in inglese aveva mai utilizzato gli archivi russi. Ho cominciato a cercare libri e storiografia in russo, e mi sono reso conto di una cosa davvero straordinaria e importante: Richard Sorge non lavorava per il KGB. Lavorava per l’intelligence militare. Potreste pensare che sia lo stesso – spie, spie militari, spie normali, sono tutte spie, giusto? Ma c’è una differenza archivistica enorme: gli archivi del FSB, gli archivi del KGB, sono chiusi, top secret. Invece, stranamente – e non so spiegarmi il perché, è quasi assurdo – gli archivi dell’intelligence militare sono aperti. Non completamente, ma i file su Sorge lo sono. Erano top secret un tempo, ora non più. Si può letteralmente andare nell’archivio militare appena fuori Mosca, in un piccolo paese, e leggere tutta la corrispondenza originale tra il Centro di Mosca e Sorge, il suo agente, più tutta la corrispondenza interna. Ma è tutto ciò che esiste su Sorge? No, probabilmente c’è dell’altro. Ma negli archivi si vede una cosa interessante: i documenti sono stati raccolti e rilegati in volumi – così funziona l’archivio, è letteralmente un libro di documenti cuciti insieme. E nel 1963 tutto ciò che era nel fascicolo top secret è ancora lì. Questa è stata la svolta per me: un personaggio interessantissimo, e la possibilità di raccontare la sua storia usando archivi che gli storici russi hanno consultato, ma nessuno storico occidentale. Possiamo aggiungere qualcosa di nuovo. Non stiamo riscoprendo una vecchia storia, stiamo prendendo il quadro dipinto dagli storici anglofoni e lo stiamo completando aggiungendo la prospettiva sovietica.
Qual è la differenza tra l’intelligence del suo mondo e quella di oggi, non solo in Russia? Come è cambiata la spia da ieri a oggi, dall’Unione Sovietica a ora?
La cosa davvero interessante di Sorge è che crea, a mio avviso, la prima rete di spionaggio integrata e riconoscibilmente moderna. Ci sono ovviamente tante spie nella Seconda Guerra Mondiale e prima ancora, ma se si guarda il mondo degli anni ’30, la pratica dell’intelligence è in realtà un’arte ancora nuovissima. Perché se si torna alla Prima Guerra Mondiale, o agli anni ’20, lo spionaggio è identico a quello del XIX secolo: qualcuno sente qualcosa da qualcuno e lo racconta. È solo una storia di intelligence umana e voci. Questo è lo spionaggio. Ma negli anni ’30, l’uomo che recluta Sorge – il generale Yan Berzin, di etnia lettone – crea la prima organizzazione di intelligence militare sovietica, il Quarto Dipartimento, oggi noto come GRU, e introduce un elemento scientifico fondamentale: le voci, i racconti sentiti dalla gente, non bastano. Servono informazioni. Sorge fa ancora lo spionaggio alla vecchia maniera del XIX secolo, quello dei salotti: è amico dell’ambasciatore tedesco, ha questa rete sociale e raccoglie notizie dalle persone. Vecchissima scuola – non è nemmeno XIX secolo, è lo stesso di Tucidide, è quello che è lo spionaggio da millenni: parlare con le persone e sentire i segreti. Sorge fa anche questo, ma aggiunge un secondo livello: ha una rete di persone che raccolgono dati statistici. Vanno a osservare, per esempio, quali uniformi vengono distribuite a una divisione di stanza nel Giappone settentrionale. Ricevono uniformi estive o invernali? Pantaloncini corti o cappotti? Quel piccolo dettaglio è cruciale: se ricevono i corti, vanno nelle Filippine; se ricevono i cappotti, vanno in Siberia. Sta assemblando anche pezzi forensi di intelligence. Per rispondere alla tua domanda: strutturalmente, anche oggi si ha la stessa combinazione. Ci sono fonti all’interno dei governi disposte a parlare, per tradimento o perché ingannate, convinte di avere un amico. Le fonti non sono necessariamente traditori: l’ambasciatore tedesco Eugen Ott non era un traditore – non sapeva che il suo migliore amico era una spia sovietica. Quindi quella componente c’è ancora. Ma ciò che è cambiato è la parte forense: le fonti di informazione si sono moltiplicate enormemente. Strutturalmente è uguale, ma la quantità di dati da elaborare è completamente diversa. Una similitudine importante però rimane: allora, nel 1940, come oggi, nel 2026, al cuore di ogni operazione di intelligence c’è sempre una grande ambiguità. Faccio un esempio calzante: la decisione di Putin di invadere l’Ucraina. Come fai, da spia, a sapere se invaderà o no? La decisione era nota a un numero ristrettissimo di persone. Se avessi avuto come fonte qualcuno al livello di Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri in persona, non avresti saputo nulla – non glielo avevano detto. Con la storia di Sorge si vede bene: la verità cambia a seconda di con chi parli. Non è che mentono: pensano di sapere, ma non tutti sanno. Quindi, al centro di tutto, per quanto brillante possa essere una spia e per quanto eccellenti siano le sue fonti, il quadro completo non ce l’ha mai nessuno. Una differenza importante però è l’intelligence dei segnali – cioè la capacità di leggere e ascoltare le comunicazioni del nemico.
Sei un giornalista che ha viaggiato molto, qual è la città o il posto che ti ha colpito di più come corrispondente?
L’Afghanistan. Al cento per cento. Ci sono andato la prima volta nel 1997, con l’Alleanza del Nord. Ho trascorso un periodo con un’unità di cavalleria straordinaria – dieci giorni letteralmente a cavallo. Millecinquecento uomini a cavallo che combattevano i Taliban, e lanciavano razzi RPG dal dorso dei cavalli. Ho passato tre mesi lì nel 1997, poi sono tornato nel 2001 e nel 2004. Ma l’Afghanistan è il posto più straordinario perché è come il Jurassic Park della storia umana. L’Afghanistan di prima del 2001 era come l’Emilia-Romagna del XV secolo: ogni persona, come il signore di Mantova, il signore di Ferrara, ogni piccola città aveva il suo piccolo principe. Alcuni erano alleati, altri nemici, ma era feudalesimo puro. Combattevano guerre feudali: il principe locale radunava i suoi uomini – quaranta da questo villaggio, quaranta dall’altro – dava loro armi e denaro. Non combattevano per nessuna ideologia, combattevano per lui perché era il loro signore. Il loro signore. Feudalesimo. La cosa più straordinaria era che viaggiando in Afghanistan, in un posto completamente privo di legge, con il computer, le fotocamere, i contanti, non mi sono mai sentito in pericolo nemmeno per un secondo. Arrivavi in un paese, non ti aspettavano. All’improvviso: ci sono degli stranieri. Al posto di blocco ti portavano alla locanda del signore locale – la sua casa, con una stanza per gli ospiti – ti davano da mangiare, e alla fine arrivava il capo: “Ciao, chi cazzo siete?” “Siamo giornalisti, vorremmo parlarle.” “Certo, domani vengo a ispezionare le truppe in elicottero, venite con me.” Era tutto così. Straordinario. Imprevedibile, ma anche meravigliosamente… è stata un’esperienza incredibile. Gli afghani sono persone fantastiche, davvero accoglienti e gentili con noi. Ovviamente non sono sempre così gentili tra di loro – ma l’Afghanistan era questo.
L’ultima domanda: il prossimo progetto, il prossimo libro?
Sto scrivendo una storia del comunismo. Non è stata idea mia – ho scoperto una cosa nuova: a volte è l’editore ad avere l’idea di un libro che vuole che esista, e poi va a cercare uno scrittore. Strano, vero? Di solito pensavo che fosse lo scrittore ad avere l’idea e portarla all’editore. In questo caso è stato il contrario. La casa editrice cercava uno scrittore per il loro libro, mi hanno trovato, e abbiamo fatto un accordo. La mia idea però è di renderlo interessante. Perché scrivere solo una storia del comunismo – Marx, Engels, Unione Sovietica – sarebbe il libro più noioso del mondo. Cos’è davvero interessante del comunismo? Non Marx, Engels, l’URSS. È il fatto che l’idea di uguaglianza e proprietà comune è vecchia quanto il pensiero politico umano. I primi cristiani, le comunità del tempo di Paolo – i Galati, i Corinzi – erano letteralmente comunisti: condividevano tutto. Ma non è nemmeno San Paolo a inventarlo: risale agli Stoici. Marx nel 1848 prende questo filone del rapporto tra l’uomo e il potere e lo formula in una teoria storica. Come Darwin aveva sistematizzato il mondo naturale, Marx ha cercato di sistematizzare la storia umana. Ma la cosa più interessante è il comunismo che esiste prima di Marx e parallelamente a Marx. Perché, stranamente, mentre Marx scriveva – dagli anni ’60, ’70, ’80 dell’800 – quale paese al mondo aveva il maggior numero di comunità praticamente comuniste? L’America. L’America. Come può essere? Aveva circa 800 comunità, sostanzialmente comuniste, dove tutto era in comune. Pensatori come Robert Owen fondavano queste comunità nell’Ovest americano, alcune religiose, tutte egualitarie. Ottocento di queste comunità negli anni ’70 dell’Ottocento. Una storia pazzesca. Il comunismo ha questo fascino perché è pieno di paradossi straordinari. Il paradosso fondamentale è che il comunismo è simultaneamente la migliore idea che l’umanità abbia mai avuto, e allo stesso tempo il risultato più violento e terribile. E nella seconda metà del ‘900 è al tempo stesso imperialista e anti-imperialista: l’imperialismo dell’URSS e della Cina comunista, e allo stesso tempo il comunismo come stendardo di liberazione del Terzo Mondo – Cuba, eccetera. E poi, stranamente, il cristianesimo continua a tornarci dentro. La teologia della liberazione, dopo il Secondo Concilio Vaticano, produce un fortissimo movimento nel Terzo Mondo – soprattutto in America Centrale e Latina – dove i sacerdoti diventano leader rivoluzionari radicali, come l’arcivescovo Romero in El Salvador, ucciso sull’altare mentre celebrava la Messa da un paramilitare. Per quanto scientifica e secolare voglia essere l’ideologia comunista, continua a tornare alle sue radici religiose: il paradiso in terra, l’uguaglianza tra gli uomini – radici che precedono Marx di duemila anni. E ovviamente il paradosso finale è che questo secolo è dominato da una potenza – la Cina – che si definisce ancora comunista.




