Cosa svela il colore del tuo passaporto
La stragrande maggioranza delle persone che conosciamo, se non tutte, hanno la copertina del passaporto dello stesso colore del nostro, eppure non si tratta di un formato standard, né tantomeno dell’unico colore di stampa.
Se avete mai giocato ad indovinare la nazionalità del passeggero seduto vicino a voi, soprattutto nel contesto di grandi aeroporti internazionali, d’ora in poi vi basterà guardare il colore del suo passaporto per andarci molto vicini, senza avventurarsi in analisi vannacciane sui tratti somatici, che nell’epoca delle migrazioni di massa e del globalismo portano spesso all’autogol.
Il passaporto per come lo conosciamo oggi nasce nel secondo dopoguerra, ma solo nel 1981, attraverso una risoluzione del Consiglio delle Comunità Europee, si definisce un passaporto uniforme per gli Stati membri. Qui per la prima volta si decise che il colore della copertina sarebbe stato il “rosso bordeaux”, successivamente specificato nella tonalità RAL 4004 “bordeaux-violetto”.
Dal punto di vista degli standard tecnici – elevatissimi per un documento così sensibile – il compito di stabilirli spetta all’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile (ICAO), un’agenzia delle Nazioni Unite, che, tra le altre norme vigenti, prevede che i passaporti siano realizzati con materiale pieghevole che non si sgualcisca, che la filigrana sia di un certo tipo, che i simboli e la grafica siano fatti in modo tale da rendere pressoché impossibile la contraffazione, e che inchiostro e carta rimangano stabili in temperature tra -1 e 50 °C, e leggibili in condizioni di umidità comprese tra il 5 e il 95%.
Tuttavia, nel regolamento non esistono norme fisse per il colore della copertina: ogni Paese può scegliere quello che preferisce, potenzialmente anche un colore diverso rispetto a quelli usati fino ad oggi.
Ad ogni modo oggi sono quattro i colori più utilizzati, che creano le seguenti macroaree cromatiche: bordeaux in Europa, blu in America, verde nei Paesi islamici e nero per i passaporti diplomatici o pochissimi altri Stati. Sicuramente tutti i passaporti vengono realizzati in tonalità che tendono ad essere scure, per contrastare lo sporco che potrebbe rovinare la copertina e la lettura elettronica del documento, ma c’è di più dietro la scelta della tonalità.
Il bordeaux uniformato nei Paesi dell’Unione Europea è, più in generale, utilizzato in tutti gli Stati con un forte passato artistico e culturale, mentre il blu racchiude sia i Paesi americani che del Mercosur, associati al “nuovo mondo”: il Regno Unito dopo la Brexit è tornato a un passaporto blu, per segnare la distanza dall’Unione Europea attraverso un codice cromatico per diplomatici.
Il verde è molto diffuso nei Paesi a maggioranza islamica poiché considerato una tonalità sacra nella loro tradizione religiosa, mente il nero è il più raro della “collezione”, poiché si tratta del colore dei passaporti diplomatici e di alcune – poche – nazioni, come la Nuova Zelanda e alcuni Paesi africani, tra cui Ciad e Zambia.
Dunque, con buona pace di chi ora si starà mangiando le mani scoprendo che avrebbe potuto avere una copertina di un colore molto più bello, questo “codice” facilita i controlli degli addetti ai lavori, ma soprattutto racconta secoli di processi geopolitici, tra avvicinamenti e allontanamenti, unificazioni e separazioni, tutto attraverso quattro colori.




