Trump quel mostro di bullshitter: storia di una schizofrenia contemporanea
Immaginate un bugiardo. Qualcuno che sa la verità e sceglie deliberatamente di celarla. Ora immaginate qualcuno peggiore, qualcuno che non si preoccupa affatto della verità. Qualcuno che parla per dominare più che per avere ragione, che usa la dialettica per ottenere una reazione. Qualcuno che se fosse smascherato nelle sue affermazioni, sarebbe in grado di rilanciare e cambiare la sua posizione.
Aggiungete a questo individuo una professione. Politico. Ed ecco confezionato il bullshitter dei giorni nostri, come lo definisce Harry Frankfurt, una categoria filosofica in cui il linguaggio è l’arma performativa che corrode l’idea stessa di verità.
Non a caso si possono individuare in Trump tutte le caratteristiche essenziali di questo genere. Come in un manuale di dignostico e statistico dei disturbi mentali, un decalogo di sintomi basta per individuare il malessere, così in Donald coesistono i tratti giusti giusti a definirlo un caso da manuale.
Il primo punto è l’indifferenza strutturale alla verità. Se un bugiardo deve conoscere la verità per poterla meglio nascondere o contraffare, al bullishitter interessa diffondere l’idea che è impossibile sapere come stanno veramente le cose. E’ accaduto nella visita che il Presidente statunitense ha fatto a Detroit il 13 gennaio 2026. Le sue affermazioni sono chiare: “i prezzi dei generi alimentari, degli affitti, dei voli e delle tariffe telefoniche stanno rapidamente diminuendo”, una prova schiacciante dell’economia più forte e più rapida di sempre. Peccato, però, che i dati ufficiali di governo riportati ore precedenti vadano in tutt’altra direzione.
In secondo luogo la coerenza. O meglio dire l’incoerenza. Essere lineari non è un requisito richiesto dalla politica contemporanea. Con un elettorato che facilmente dimentica e una memoria pubblica che più delle volte perdona, Trump ha potuto affermare il suo slogan “America First” in lungo e largo, sostenendo un nuovo ordine in cui il Paese doveva stare fuori dalle guerre e concentrarsi sui propri interessi interni. Il cambio di rotta, però è esplosivo, se non repentino.
Emerge dall’operazione militare condotta in Venezuela i primi giorni del nuovo anno, ma anche, e soprattutto, dalle recenti e più concrete minacce alla Groenlandia. Come emerge che in lui, come in ogni bullshitter che si rispetti, vi è assenza di scala, o di qualsiasi senso della misura. La proporzione è un’iperbole permanente.
Le sue parole descrivono sempre il massimo o il minimo possibile. Durante alcuni comizi del 2024-2025, mentre affrontava processi penali e civili di vario genere, parlava di “the biggest witch hunt in the history of our country” (la più grande caccia alle streghe nella storia di questo Paese). Un’ingiustizia nel termine più ingiusta mai esistita, “a scandal like nobody has ever seen before”(uno scandalo come non si è mai visto). Il tutto condito da una teatralità senza precedenti. Alla maniera di un mago, con la mossa Kansas city, Trump è in grado di mostrare una mano e nascondere il diamante nell’altra.
Un altro passaggio essenziale è la precisione fittizia. Numeroni che sembrano avere del concreto, ma che in realtà non hanno altro che l’utilità di impressionare. Allora “Millions and millions of people say this”(milioni e milioni di persone dicono ciò) oppure “We’re leading by 30, 40 points” (siamo in vantaggio di 30-40 punti).
Nessuno di questi tratti, preso singolarmente, è eccezionale. Quello su cui non si riflette però è che un bullshitter in forma pura come Donald Trump non è partorito una volta ogni mille anni. Un bullshitter è il prodotto di una forma di vita culturale in cui la verità è sempre più relativa e le persone, spesso chiamate, talvolta ci si sentono solo, devono parlare di argomenti di cui sanno poco o nulla.
Alcuni rispondono a questa incertezza con onestà intellettuale, altri, – la maggior parte – si trasformano in macchine di entropia informativa in cui il problema non sono più la disinformazione o la misinformazione, ma un ambiente in cui vero e falso convivono. La verità perde dunque di autorevolezza e le persone smettono di indignarsi, di verificare e forse, dico forse, anche di pensare.




