L’addio a Grande Stevens: si spegne “l’avvocato dell’avvocato”
Si spande con la sua aura di malinconia la notizia della dipartita di Franzo Grande Stevens, venerdì 13 giugno, all’età di 96 anni che avrebbe implementato il prossimo 13 settembre. Se ne va un uomo che ha permeato di sé la storia del nostro Paese su una molteplicità di piani: giuridico, sportivo, economico… una mente eccellente che non ha mancato di farsi apprezzare ad ogni livello ed in ogni angolo della nostra società, sbarcando anche oltre oceano e rendendosi protagonista del sodalizio Agnelli-Chrysler. Riavvolgiamo il nastro e partiamo da quel 13 settembre 1928 che gli diede la luce, figlio di madre inglese e padre siciliano, napoletano per nascita ma torinese di adozione. Grande Stevens si presenta come una colonna portante della storia forense del nostro Paese, ma ben lontano inizia la sua carriera illustre, dalle lezioni di Alessandro Galante Garrone presso l’Università Federico II, al praticantato con il principe del foro di Napoli Francesco Barra Caracciolo di Basciano. A questo punto si innesta l’esodo verso Torino, la conoscenza di Paolo Greco e la ramificazione nella più alta borghesia torinese. È qui che sarà conosciuto come “l’avvocato dell’avvocato”, divenendo uomo di fiducia di Gianni Agnelli e legandosi così a vita ad una famiglia che, nella persona di John Elkann, ha palesato tutto il proprio rammarico per la scomparsa di un grande giurista, un grande juventino e soprattutto un uomo di famiglia. Gli episodi della vita professionale dell’avvocato sono molti e profondamente decisivi per i risvolti socio economici che hanno comportato; basti pensare al fatto che tra i suoi clienti ci fossero, Gianni Agnelli a parte, anche imprenditori come Carlo De Benedetti, Luigi Giribaldi e Karim Aga Khan; le famiglie Ferrero, Pininfarina e Lavazza. E poi gli incarichi di presidente della Toro Assicurazioni, vicepresidente della Fiat, presidente della Juventus, presidente della Compagnia di San Paolo nonché tra gli artefici del patto di governance che, da quasi 20 anni, determina la composizione del consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo. La stessa Torino è in lutto e si stringe attorno le parole del sindaco Stefano Lo Russo: “Con la sua scomparsa Torino perde una mente acuta, figura importante nella storia giuridica, economica, culturale, sportiva della nostra città. Condoglianze sentite vanno alla sua famiglia e ai suoi cari”. Si voglia allora ricordare l’avvocato con il discorso dallo stesso scritto, ma letto dalla figlia, in occasione della celebrazione dei 70 anni di professione; una lettera indirizzata agli avvocati del futuro, giovani colleghi che Grande Stevens vede come “amici”, e a cui sente di poter dispensare consigli sulla scorta dell’esperienza maturata lungo tutta la sua illustre carriera. Sono molti i rimandi giuridici e culturali, d’altronde in linea con la personalità di uomo dalla preparazione infinita e dalla cultura smodata: Macbeth, Foscolo, per arrivare poi a Calamandrei di cui ha voluto ricordare la più totale abnegazione verso la professione:“𝘎𝘭𝘪 𝘢𝘷𝘷𝘰𝘤𝘢𝘵𝘪 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘪𝘯𝘰 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘰, 𝘧𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭’𝘶𝘭𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘳𝘦𝘴𝘱𝘪𝘳𝘰, 𝘱𝘦𝘳 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘪𝘳𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘱𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪, 𝘦 𝘢𝘳𝘳𝘪𝘷𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘢𝘷𝘦𝘳 𝘱𝘰𝘵𝘶𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘪 𝘳𝘪𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯a𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘦… 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘥𝘰𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘯𝘪.” È forse in questa frase che si coglie appieno il senso della professione per come inteso da Grande Stevens, ponte granitico tra i nomi eccellenti del panorama giuridico novecentesco e gli avvocati 2.0 del nuovo millennio, il cui minimo comune denominatore non può che rinvenirsi in un amore irrazionale per la materia, capacità di vivere per lavorare piuttosto che lavorare per vivere, e un’etica che dovrebbe permeare di sé ogni sillaba pronunciata e ogni atto scritto che passi per un’aula di tribunale. Sono questi i valori con cui vogliamo ricordare Franzo Grande Stevens, come faro di giovani giuristi e perno irreprensibile per quanti si avvicinino al mondo del diritto.




