Magnificat, ode all’oca e alla vita
Lucilla Giagnoni si intrattiene con gli spettatori nella raccolta sala del Teatro Franco Parenti di Milano, prima di Magnificat, da lei scritto, diretto ed interpretato in scena dal 16 al 21 aprile 2024.
Lo fa con quel suo modo accogliente, accurato nel pronunciare la singola parola, convinta da sempre che essa possa curare così come uno sguardo poetico sul mondo, possa migliorarlo.
É sola sul palco, ha i capelli raccolti ed è vestita di chiaro, con colori pastello: pantaloni, maglietta ed una leggerissima ed elegante giacca lunga di seta aperta sul davanti, aderente alla vita e svasata a sbalzi inferiormente.
Magnificat inizia con un’ode all’oca, animale che segna l’inizio e la fine di tutto. C’era già nella mitologia greca e ancora prima nelle religioni indiane e in quella egiziana.
E non è solo perché il termine al femminile contiene al suo interno quello maschile, “oco” infatti non esiste. Piuttosto perché è un uccello forte, combattente, attento ai consimili, pronto a difenderli e ad avvertirli in caso di pericolo (ricordate le oche del Campidoglio?). È fedele: forma infatti una coppia duratura con il suo simile. E poi migra, conosce quindi le vie di aria, terra, acqua.
Da qui parte un racconto a “volo d’uccello” che inizia dal nostro mondo ammalato, inquinato, minacciato alle radici per la volontà dell’uomo che prepara un’esplosione gigantesca, distruttrice.
Lo scriveva Svevo, ed è purtroppo la visione di molti.
Ecco quindi sfilare il mito di Demetra e della terra sterile dopo il rapimento di Persefone, il labirinto con Clitennestra e la sua scure ancora insanguinata dopo l’uccisione di Agamennone, la storia della bella addormentata nel bosco, con quel sonno, quella sosta coatta imposta quando si perde la direzione.
Tutto si mischia in una creazione sapiente, simile ad un gioco.
Ed infatti sullo sfondo viene proiettato il gioco dell’oca, delle sue caselle che raffigurano ponti, prigioni, osterie, ripassare dal via. E sull’immagine del gioco, con quel centro così difficile da raggiungere, troneggia il lancio dei dadi insieme alla aleatorietà che appartiene alla vita stessa.
Ed allora eccolo questo Magnificat quasi urlato a gran voce, una sorta di preghiera al femminile, che ha la sapienza di canti corali delle donne con la loro consapevolezza, con la loro positiva fiducia nei confronti della vita a prescindere. Non fosse che per una piccola cellula superstite da cui la vita si rigenera, perché scopo della vita è la vita stessa. E la donna lo sa, visto che la custodisce nel suo grembo.
Lo spettacolo unisce punti distanti tra loro in un volo pindarico che talvolta può stupire. Altre volte invece risulta pesante perché dà l’impressione di un virtuosistico esercizio di associazioni e combinazioni forzate sebbene sofisticate.
Magnificat
di e con Lucilla Giagnoni
collaborazione ai testi Maria Rosa Pantè
musiche Paolo Pizzimenti
luci e video Massimo Violato
assistente alla regia Daniela Falconi
produzione Centro Teatrale Bresciano / TPE – Teatro Piemonte Europa
Durata: 1h 40’




