Astensionismo: nulla di nuovo sul fronte elezioni
Delle cinque regioni italiane chiamate a votare in questo 2024, la Sardegna ha fatto da aprifila con risultati inaspettati, mentre domenica 10 marzo è stato il turno dell’Abruzzo. Per entrambe, si tratta di elezioni decisive, che rivestono un significato politico che va oltre la scelta del nuovo presidente della regione. In Sardegna, infatti, la vittoria della candidata di centrosinistra, Alessandra Todde, è stata letta come un segnale di difficoltà per la coalizione di governo, soprattutto in vista delle elezioni europee dell’8-9 giugno.
Come abbiamo visto, l’Abruzzo non è stato la Sardegna. L’improvvisa comparsa di una coalizione di sinistra, unita nel sostenere il candidato Luciano D’Amico contro il presidente uscente Marco Marsilio, non è bastata per spingere gli abruzzesi ad andare alle urne. L’Abruzzo non è stato la Sardegna e, alla fine, ad ottenere la maggioranza è stato proprio Marsilio, di Fratelli d’Italia. C’è un dettaglio però che accomuna le due regioni in questione: in Sardegna, l’affluenza al voto è stata del 52,4%, in Abruzzo del 52,19%. In entrambi i casi, c’è stata una diminuzione rispetto alle elezioni precedenti (rispettivamente, 53,74% e 53,11%), rispettando una dinamica storica che va avanti da anni.
L’astensionismo è cresciuto in maniera preoccupante soprattutto dagli anni ’90, con la destrutturazione del sistema partitico, la scomparsa o la trasformazione dei principali partiti tradizionali che avevano dominato la scena politica per oltre 40 anni. Tra le possibili ragioni dell’astensionismo, una è la bassa percezione che le persone hanno di poter “cambiare le cose”. In Italia, ad esempio, le elezioni europee sembrano essere quelle dove la percezione della capacità degli elettori di incidere con il loro voto sulle politiche sia minore e quindi vengono più facilmente disertate. Sia nel Nord che nel Centro e Sud del Paese, si è registrato sempre più un diminuendo dei votanti, motivati spesso dalla sfiducia verso i partiti politici in generale ed il venir meno dell’idea che il voto sia un atto sociale doveroso.
Non si possono non citare, inoltre, tutta una serie di fenomeni spesso non collegati tra loro, come le scarse possibilità di mobilità per coloro che studiano o lavorano fuori dalla propria regione, tematica centrale in questi mesi per via della recente proposta di emendamento al cosiddetto decreto-legge Elezioni, per consentire in via sperimentale agli studenti fuori sede di votare alle prossime europee senza dover tornare nel loro comune di origine. Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda la cadenza degli appuntamenti elettorali, i quali, quando sono molti e ravvicinati, tendono a stancare l’elettore medio che verosimilmente potrebbe disertare le urne.
La passività a cui abbiamo assistito nelle recenti elezioni è contagiosa, così come la perdita della speranza che effettivamente “qualcosa cambi”. Mi riferisco soprattutto ad una regione come l’Abruzzo dove i problemi infrastrutturali e dei trasporti sono all’ordine del giorno, dove l’abuso edilizio sul litorale continua a imperversare, come anche gli scarichi incontrollati e la contaminazione delle acque messa in luce ogni anno dai report di Legambiente. I miei corregionali si mostrano orgogliosi di fronte all’affermazione “Abruzzo polmone verde d’Italia” ma dimenticano presto le ferite ancora aperte dopo i terremoti del 2009 e del 2016, il continuo spopolamento delle aree interne ed un prodotto interno lordo sotto la media del Sud Italia.
I dati in Sardegna e in Abruzzo, dunque, a prescindere dalle vittorie e dalle singole casistiche, ci mostrano l’evidenza avvilente che metà della popolazione sarda e abruzzese sembri non essere più interessate nell’esercitare un diritto fondamentale e democratico. È vero, l’Abruzzo in questa tornata elettorale non è stato la Sardegna, ma entrambe hanno rispettato pienamente quello che ci si aspettava da un Paese che, a livello di partecipazione politica, sta diventando sempre più indifferente.
Articolo a cura di Valeria Todaro



